Musica + Libri #8 ‘Vivo per questo’ di Amir Issaa

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Amir Issaa, Vivo per questo, Chiarelettere 2017


Ecco un romanzo di formazione urbana. L’incipit ci catapulta in un appartamento della borgata romana degli anni ’80, in media res, direbbe il poeta Orazio, indicando quell’artificio retorico che va dritto al sodo della faccenda, senza preamboli. In questo modo, Amir Issaa ci trascina nella sua vita, tra le mura di una casa dove si consumano piccoli-grandi drammi comuni a tante storie italiane. Di meno comune, almeno per quegli anni, questa famiglia ha il fatto di essere per metà egiziana, sebbene Amir sia stato in Egitto a malapena da bambino.

Dagli interni domestici la lettura ci accompagna poi verso l’esterno, lungo il percorso dei treni che tagliano i quartieri di periferia: Casilina, Tor Pignattara, fino alla più estrema Tor Bella Monaca. I treni sono anche al centro di una meravigliosa scoperta adolescenziale: il mondo del writing, sinonimo di libertà, adrenalina e prospettive che sognano di non fare una brutta fine. Anche grazie a loro ci rendiamo conto di quanto la Roma raccontata in queste pagine sia molto più esotica di quanto non sembri ai romani stessi, così underground (anche se i vagoni passano pure in superficie, rendendo i ‘pezzi’ di writing ben visibili a tutti), così piena di colori.

Dal writing si arriva alla musica del collettivo hip hop Rome Zoo passando per Piazzale Flaminio, crocevia di mode e tendenze negli anni ’90. “La tua musica, i tuoi vestiti ti definivano in modo non negoziabile” ci ricorda Amir. Da quel momento in poi le attività del rapper si moltiplicano intrecciandosi all’impegno sociale, e portano la musica all’interno di carceri e scuole attraverso iniziative didattiche e laboratoriali. Un romanzo di formazione, quindi, e di forte senso civico – che sarebbe bello leggere negli anni universitari – in onore a “Questo senso di comunità, questo pensare che niente di ciò che hai è dato per sempre, e che aiutare chi sta un po’ peggio di te non è tanto un modo per guadagnarsi il paradiso, quanto per cercare di costruirne un angolo dove si può, qui sulla terra.”


 

 

 

 

Ascolta, pensa, (forse) scrivi

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In questa lunga estate calda, tra giugno e luglio, ho tenuto un seminario di ben dodici ore al Master di Musica della Luiss Business School di Roma. L’argomento aveva più o meno a che fare con quello che mi accanisco a fare spesso, scrivere di musica in rete. Mentre lo facevo, a volte mi è balenato in mente Antoine quando negli anni sessanta cantava: Tu sei buono e ti tirano le pietre / Sei cattivo e ti tirano le pietre / Qualunque cosa fai, ovunque te ne vai sempre pietre in faccia prenderai…  Ma stando esattamente così le cose, non vale dunque la pena di fare quello che ci pare?
Non so se questo laboratorio sia stato davvero utile o interessante per gli studenti che l’hanno frequentato ma posso dire di esserne uscita 1) viva e soddisfatta e 2) sempre più convinta che non ci si debba per forza affidare ciecamente a quello che fanno gli altri. La scelta che fa la differenza è, spesso, la propria.
Ho provato empatia per i ragazzi da subito, cioè dall’istante in cui mi hanno lanciato sguardi sgranati probabilmente pensando che non sarebbero tornati mai più. In effetti qualcuno si è presto dissolto. E chi è rimasto credo abbia continuato a chiedersi: di cosa sta parlando questa? Per fortuna ho avuto la discreta idea di far dire tante cose – belle – più a loro che a me.
Ma un paio di concetti li ho tentati anche io e sono felice quando ho l’occasione di tirarli nuovamente fuori.
Uno è che la musica si può raccontare, sfidando la mitica affermazione pluriattribuita (a Frank Zappa, Elvis Costello, Thelonious Monk e altri ancora) secondo cui parlare di musica è come ballare di architettura. Penso invece che se ne possa parlare sensatamente, come di un’emozione, di un’idea, di una storia, di un ingranaggio. Con i limiti del caso ma anche con tutti i frizzi e lazzi che quei limiti ci portano ad attivare, se vogliamo centrare il punto ed essere considerati da chi ascolta o legge.
Un altro è che non dobbiamo parlarne a tutti i costi. Se ci viene il dubbio di non avere niente da dire, il silenzio sarà una melodia potentissima. Potrebbe capitarci di avere l’impulso incontenibile di recensire chiunque, anche il vicino che canta sotto la doccia. Allora perché no, nessuno ce lo impedisce, buttiamo pure giù qualche riga. Poi però non sarebbe male lasciare quelle riflessioni a decantare un po’ prima di diffonderle. E una volta rilette, il resto verrà da sé. Si spera.
Queste sono 6 canzoni di artisti che ci siamo raccontati in aula e se non sbaglio proprio in quest’ordine. Ascolta di qua e decostruisci di là, grazie alle cose che ci siamo detti ai miei occhi si sono accese di una luce nuova.

Bring the Noize – M.I.A.


Pedestrian at Best – Courtney Barnett


Mizu – Nippon Eldorado Kabarett


Wake Up – Arcade Fire


Avvelenata – Francesco Guccini


Bring the Noise – Public Enemy

6 canzoni italiane

 

Giuliano Dottori – Estate

Come dire: a un certo punto dovrà girare questa ruota. E nell’attesa della bella stagione sono nati gli album L’arte della guerra Vol. 1 e Vol. 2, dopo l’esperienza da chitarrista nei milanesi Amour Fou e grazie al crowdfunding su Musicraiser. L’Arte della Guerra è quella dei precetti dello stratega militare cinese Sun Tzu: Con ordine, affronta il disordine; con calma, l’irruenza. Ma attenzione: In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro e quelle imprevedibili alla vittoria. Questo perché: Una volta colte, le opportunità si moltiplicano.


Bugo – Vado ma non so

Biagio Antonacci + 883 + Vasco Rossi = Cristian Bugatti, cioè Bugo, from San Martino di Trecate. Canzone e video sono splendidamente tamarri sulla falsariga di quel rock melodico degli anni 80. Da sempre graffiante e dissacrante, Bugo è la figura clownesca che spalanca un sorriso con la malinconia negli occhi. E io credo nel Bugo sentimentale che quegli esempi li ha masticati – anche per questioni anagrafiche – e risputati fuori dall’anima.


Iosonouncane – Buio

Il ritorno del prog sulla scena musicale internazionale ha il sapore di rivincita del contatto fisico sulla miseria di quello virtuale. Ne sono entusiasta. Mettersi comodi e perdere le coordinate spazio-temporali nei 10 minuti di un brano è vitale. Jacopo Incani ha lavorato per lungo tempo nella sua Sardegna d’origine e ha generato un concept album esistenzialista e materico che non ha limiti: DIE, come giorno in sardo e morire in inglese.


Rachele Bastreghi – Il ritorno

Nel 2015 si è presa una pausa dai Baustelle per pubblicare un EP, Marie, che sta portando in tour per l’Italia in queste settimane. Categoria: stile. Ambientazione: anni 70. Il ritorno ha quel potere evocativo dei classici francesi, un po’ alla Une belle histoire – adattata in italiano da Califano con il titolo Un’estate fa – e una vaga sensualità-gainsbourg (pienamente caldeggiata invece in Mon petit ami du passé). Rachele bella e brava.


Motta – Prima o poi ci passerà

Il punto è che se inizi ad ascoltare Francesco Motta non smetti più. Ti frega un meccanismo ipnotico che sull’entrata progressiva degli strumenti costruisce una spirale di suono e suggestioni. Poi si respira quella freschezza che altro non è che talento. Di non passare per copia di qualcun altro, per esempio. E di farsi aiutare dalla produzione di Riccardo Sinigallia senza il quale probabilmente non ci sarebbero neanche le belle linee di basso di Laura Arzilli (ex Tiromancino).


Thegiornalisti – Tra la strada e le stelle

Sarà per dovere di cronaca musicale che i romani Thegiornalisti omaggiano nelle loro canzoni i grandi della musica leggera italiana. In Fuoricampo, terzo album uscito nel 2014, era il binomio Dalla/Stadio (Promiscuità), ma questa volta la versione Venditti mi convince di più. Immagino già l’estate 2016 passata a cantare il ritornello di questo singolo guardando fuori dai finestrini mentre Tu vai in giro la sera in cerca della gente come te. Ci vorrebbe un amico?

Una giapponese a Roma

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Kahimi Karie by Colin Lane

Non è possibile che non abbiate mai avuto un inciucio romano. Una treschetta, un amichetto, un appuntamento di lavoro finito di fronte a una cacio e pepe. Sono una romana emigrata a Milano con un po’ di puzza sotto al naso ma mica faccio sul serio. Mi basta Gabriella Ferri che in Fiori Tresteverini stornella Semo signori senza quatrini / Er core nostro è na capanna / Core sincero che nun te inganna e in un attimo ho i lucciconi.

Per una volta vorrei guardare Roma con gli occhi di uno straniero. Presente il romanzo Storia d’amore vera e supertriste di Gary Shteyngart? Dentro succede uno degli incontri più malinconici che abbia mai letto. La notte prima di lasciare Roma, l’ultimo dei romantici Lenny Abramov, americano ebreo di origini russe che si ostina a leggere libri di carta in un mondo ipertecnologico, conosce la giovane coreana Eunice Park, figlia di un podologo e nata per chattare. Tra decadenza, dolce vita e shopping online lo scenario è struggente. Da un lato la romanità eterna e fagocitante dall’altro la vitalità fluida da ragazzina di un anime.

Lo Shibuya kei mi fa pensare a quel sapore agrodolce dell’inconciliabile. Cibo Matto, Pizzicato Five e Buffalo Daughter per intenderci. Fiore all’occhiello del J-pop, è un stile musicale nato negli anni ’90 il cui nome deriva dall’omonimo quartiere di Tokyo, epicentro di creatività e piacionaggine locali. Qui si contaminavano arte, tendenze e musica, alla maniera indie dei nostri tempi. L’ispirazione proveniva dalla cultura occidentale delle colonne sonore italiane, della bossanova, delle sonorità yéyé francesi e del pop rock americano degli anni ’60.



Kahimi Karie ne è una delle rappresentanti più centrate. Minuta ed eterea, esile come un rametto di ciliegio, la sua interpretazione di Una giapponese a Roma ha una sensualità pari al bagno di Anita Ekberg nella fontana di Trevi. Una che in quella sua hit nota in Italia per essere stata un tormentone del Ruggito del Coniglio su Radio 2, può permettersi di sussurrare dolcemente Cazzo di Dio santa Madonna (lo dice eccome, ascoltate bene) che neanche er Monnezza avrebbe osato tanto. Il genere è quello sporcaccione alla Jane Birkin, disinibito e provocatorio.

I suoi primi lavori furono prodotti dall’allora fidanzato Cornelius, stella dell’elettropop nipponico con il pallino del Pianeta delle scimmie, il film del ’68 dal cui personaggio-scimpanzé prende il nome (e su cui ha voluto creare la linea di abiti A Bathing Ape). Il Beck giapponese, dicono molti. Ha collezionato suggestioni in giro per il mondo e le ha mescolate con le sue brillanti intuizioni. A me fa l’effetto del pifferaio magico, se attacco ad ascoltare Sensuous mi passano gli altri stimoli corporei. E non è che l’ultimo l’album. Ha esordito nel duo Flipper’s Guitar dall’identità mediamente indefinibile ma con chiare influenze dall’avanguardia del britpop degli ’80 (più o meno tra Style Council ed Everything but the Girl). Poi si è lanciato nella carriera da solista e dj realizzando per la sua etichetta Trattoria album di notevole bellezza come Fantasma (1997) e Point (2001), distribuiti negli Stati Uniti dalla Matador.


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A un certo punto di questo découpage culturale, però, come si fa a non sentirsi intrappolati nel solito stereotipo? Sushi e mandolino. Allora mi aggrappo alle dichiarazioni dello stesso, diabolico, Cornelius, in un articolo dell’Herald Sctoland scritto da Momus – quel Momus, musicista e blogger autore di Una giapponese a Roma: tutto questo copia e incolla ruota attorno al concetto di ton-chi di derivazione buddista, secondo lui. In pratica, lo Shibuya kei sarebbe lo sguardo sulle cose da una prospettiva completamente nuova, la possibilità di dare risposte diverse alla stessa domanda. Insomma, Trastevere goes zen.