LA FELICITÀ – di Giovanni Truppi

Episodio 1

Negli anni 80 l’idea di felicità nella canzone italiana corrispondeva all’immagine e alle parole della coppia Al Bano e Romina: felicità è un bicchiere di vino con un panino, cantavano i due, mano nella mano. Adesso, a quarant’anni di distanza, le cose non sono più così chiare come nel lontano 1982. È finita l’epoca di Berlusconi, è finito l’ottimismo senza limiti, è finita l’età delle favole raccontate dalla televisione nazionale. Il mondo degli anni 2020 è fluido e i contorni delle cose non sono molto definiti… Ma che cos’è la felicità dell’epoca moderna? E dove la possiamo trovare? 

Mentre ascoltiamo le parole del cantautore Giovanni Truppi ci sentiamo persi con lui nella ricerca della felicità.

Cercavo di qua, cercavo di là, stavo cercando la felicità

Andavo di qua e andavo di là, mentre cercavo la felicità

La sua canzone La felicità, pubblicata nel 2022, rappresenta puntualmente la confusione che caratterizza soprattutto le generazioni x e i millenial, completamente presi dalla ricerca frenetica del benessere e forse anche ossessionati dalla paura degli spazi vuoti. In realtà, è una ricerca che ha attraversato la storia del mondo e qualche decennio di musica italiana. Ma la differenza è che prima, in Italia, nelle canzoni si parlava poco dei dubbi e delle difficoltà individuali. La società italiana preferiva dare l’impressione di avere la vita sotto controllo, e nei testi delle canzoni, un bicchiere di vino era la formula per arrivare a essere felici, era già la risposta. 

Oggi, al contrario, Giovanni Truppi si domanda:

Ma come fai a trovare qualcosa che non sai cos’è?

La forma, il colore, il verso, l’odore

La lingua che parla o almeno una mappa

Il suo ragionamento non fa una piega, ha proprio ragione Giovanni. E, nel frattempo, mentre cerchiamo questa cosa che sappiamo solo che si chiama felicità ma che non sappiamo riconoscere, la vita va avanti e tante cose succedono.

Papà e mamma sono invecchiati, mentre cercavo la felicità

Vivono soli in case giganti, mentre io cerco la felicità

Qualche volta vorrei andare a trovarli ma mi organizzo sempre troppo tardi

Perché cerco la felicità, senza trovare la felicità

La vita è ciò che accade mentre sei impegnato a fare altri progetti, lo diceva John Lennon in a Beautiful Boy, la sua canzone del 1980. E Giovanni Truppi, nato a Napoli esattamente un anno dopo la canzone di Lennon, ha dedicato il suo lavoro a riportare l’attenzione sulla vita quotidiana, sulla politica e sul sociale. Le sue canzoni parlano del filo che unisce la vita privata a quella pubblica, e rappresentano in chiave moderna la canzone d’autore. 

Durante l’estate del 2020 Giovanni ha fatto un tour con il suo camper, per raccogliere le testimonianze delle persone che incontrava lungo la strada, quando il mondo era in piena pandemia. Ha percorso le coste italiane da Ventimiglia a Trieste, come aveva fatto Pier Paolo Pasolini nel 1959 per il suo reportage La lunga strada di sabbia. In questo tour ha portato anche la sua musica. Infatti, nel camper Giovanni ha installato un pianoforte trasportabile, modificato da lui stesso, smontato e poi rimontato con le sue mani, su misura per potere viaggiare. Questo momento eccezionale è stato raccontato poi in un libro che si intitola L’avventura. Una avventura decisamente italiana. Sarà questa la felicità?

NOTA BIOGRAFICA: Giovanni Truppi è nato a Napoli nel 1981. Si è formato sul pianoforte ma in concerto preferisce suonare la chitarra. Di lui hanno detto “Sa passare dall’infinitamente intimo all’immensamente cosmico”. Ha pubblicato il suo primo album in studio nel 2010, a cui ne sono seguiti altri 5, più due raccolte e un EP. Ha composto musica per il cinema e oltre a essere musicista, nel 2021 ha anche scritto un libro pubblicato da La nave di Teseo.

TAG: Italiano livello A2/B1, passato prossimo vs imperfetto, viaggi

Cosa sarebbe Los Angeles senza i chicanos? Il concept album di Ry Cooder

Un album che celebra 20 anni proprio in questo giugno 2025, un lavoro più attuale che mai per via dei cicli storici che si ripetono senza pietà. Questa volta l’ambientazione è a Los Angeles, al momento teatro di lotte contro la furia autoritaria di Trump che sta rastrellando la città. Cooder si ispira ai fatti degli anni 50, in particolare al quartiere Chávez Ravine che dà il titolo al disco, sobborgo abitato dagli immigrati messicani, una sorta di ghetto ai margini della seconda città degli Stati Uniti.

L’area fu rasa al suolo per un progetto edilizio che portò alla costruzione del Dodger Stadium e alla realizzazione di residenze eleganti. Così i chicanos, cioè i membri della comunità di origine messicana che lo abitava, furono evacuati. L’album è un concept che racconta la vita di questa gente, una Spoon River dei latinoamericani a testimonianza di un patrimonio culturale.

Chávez Ravine è un album importante, emozionante, politico e poetico, musicalmente intrigante e fitto di collaborazioni, come Lalo Guerrero, un’istituzione per la comunità messicano-americana, scomparso poco dopo la registrazione dell’album. O di Don Tosti, voce del brano EI U.F.O. cayo, in cui Tosti ha il ruolo di un extraterrestre che avverte la popolazione del pericolo che sta per abbattersi sul barrio. Cooder racconta una storia che gli appartiene (è cresciuto a LA) ma che ormai ritroviamo spaventosamente ogni giorno sui media in cui si parla di “alieni” da cacciare dal paese.

https://open.spotify.com/embed/album/2ccTuT2NhU6vOaDehlU4DZ?utm_source=generator

Il synth pop di Young Turks e il genocidio del popolo armeno

Young Turks Rod Stewart, 1981

All’inizio di aprile 2021 l’etichetta discografica londinese Young Turks ha cambiato nome in Young. Dal 2005, anno in cui è stata creata da Caius Pawson, ne ha fatta di strada e nella sua scuderia può vantare artisti come The xx e Adele. Il cambio di nome è una questione di politically correct, come si evince dalle parole dello stesso fondatore in un post su IG. Quando l’ha creata non ha pensato di indagare sull’origine di questa espressione, adottata in un secondo momento per indicare genericamente atti di ribellione giovanili all’autorità. Avrebbe scoperto che si ispira al nome del gruppo di rivoluzionari che sovvertirono l’impero ottomano all’inizio degli anni venti del novecento e successivamente causarono il genocidio del popolo armeno, perpetrato durante la prima guerra mondiale.

Non si è preso la briga Pawson, all’epoca appena diciannovenne, ma non è venuto in mente neanche a Richard Russell, ai tempi già ai vertici della ben più nota XL Recordings, che in un primo momento aveva preso la Young sotto la sua ala protettrice. Vero è, come argomenta Pawson, che ottenere informazioni in rete nel 2005 non era un’operazione fulminea come ora. Ma resta il fatto che un nome è un biglietto da visita e forse prima di sceglierlo vale la pena di fare qualche ora di ricerca e un giro di telefonate per chiedere l’aiuto da casa. Pawson dichiara di essersi ispirato al pezzo Young Turks di Rod Sterward, dall’album del 1981 Tonight I’m yours. Una cosa davvero curiosa è che non viene mai citata l’espressione Young Turks nel testo di questa canzone, dove si parla invece di young hearts, nello specifico di una coppia di adolescenti che fanno una fuitina.

Il 24 aprile si è celebrato il 106esimo anniversario del genocidio armeno. Il presidente Biden ha colto l’occasione per riconoscere il genocidio, per la prima volta in via ufficiale nella storia degli Usa, proprio in un momento in cui i rapporti con la Turchia di Erdogan non sono esattamente rose e fiori. Sul sito della Comunità armena si può leggere una lista dei Paesi che hanno riconosciuto il genocidio.

Facendo dei salti un po’ azzardati tra vari episodi che recentemente stanno ridisegnando la cultura (tra gli ultimi, la Howard University di Washington che ha chiuso il Dipartimento di Studi Classici), si ha l’impressione che se da un lato stiamo raggiungendo nuovi e importanti traguardi in merito ai diritti civili, dall’altro stiamo rischiando che la cancel culture spazzi via anche la possibilità di analizzare il percorso complesso della storia. Un ulteriore colpo inferto allo spirito critico già notevolmente compromesso dall’attuale sistema di informazione mordi e fuggi. Quello spirito critico che magari avrebbe portato il giovane Caius a fermarsi un momento per riflettere sul nome da dare alla sua etichetta, a chiedersi ma che avevano fatto di tanto speciale quei giovani turchi? E con l’aiuto del quale non avrebbe fatto passare sedici anni per rendersi conto di avere fatto una scelta quanto meno affrettata, tanto da dover correre ai ripari (comunque apprezzabili) guarda caso nel momento in cui la cancel culture è diventata un hashtag.

6 canzoni di attiviste

da Akua Naru, The world is listening

Meshell Ndegeocello

Bassista, cantante, attivista per i diritti di donne e diversity da una ventina d’anni. Dichiaratamente queer, di recente ha detto al New York Times che in quanto persona di colore, ogni giorno che passa equivale a una riaffermazione della propria identità. Da uno spettacolo teatrale del 2016 ha creato un sito web, The Gospel of James Baldwin, dedicato all’autore afroamericano, una specie di tool kit contenente testi, musica e materiale visuale con lo scopo di ispirare e sostenere chi si batte per la giustizia. Il suo album Bitter del 1999 è una pietra miliare (il pezzo Faithfull è stato inserito nella colonna sonora della serie Netflix di Spike Lee She’s Got have It).

Akua Naru

Cresciuta nel Connecticut, ora stabile in Europa ma sempre nomade dentro. È una delle voci più potenti della diaspora africana negli Stati Uniti e porta in giro per le università del mondo i suoi studi, soprattutto legati all’universo femminile (focus del suo ultimo album The Blackest Joy, del 2018). Hip hop e jazz sono la sua cifra ma si muove agilmente nel solco della tradizione di soul, slam poetry e ritmica afro. Ha creato The Keeper Project, un archivio multimediale sul ruolo delle donne nere nella nascita ed evoluzione della cultura hip hop.

Helin Bölek

Attivista e cantante turca di origine curda, parte del gruppo folk Grup Yorum. È morta nell’aprile del 2020, a soli 28 anni, dopo 288 giorni di sciopero della fame iniziato per denunciare la persecuzione politica in Turchia e il veto posto dal governo sui concerti del gruppo, accusato di appartenere a un’organizzazione terroristica. In 35 anni di attività, Grup Yourum sono stati la voce della canzone di protesta della sinistra del paese, cantando in curdo, turco, arabo e circasso, lingue parlate in Anatolia.

Awkwafina

All’anagrafe Nora Lum, è una rapper e attrice statunitense di padre cinese e madre sudcoreana. Ha vinto un Golden Globe per il ruolo da protagonista del film del 2019 Farewell, di Lulu Wang. Nel 2016 è stata una delle quattro figure di rapper al centro del documentario Bad Rap, un’indagine sull’hip hop di origine asiatica negli Stati Uniti. La battaglia per aggiudicarsi uno spazio del rap mainstream americano di Awkwafina si muove su un doppio fronte: come donna e di origine asiatica.

Ana Tijoux

Classe 1977, come recita la canzone omonima che l’ha resa nota. È nata in Francia da genitori cileni esuli dopo il colpo di Stato del 1973 e con il suo rap porta avanti da sempre la lotta contro dittature politiche ed economiche. Il singolo del 2020, Antifadance, ribadisce a piena voce la resistenza attraverso l’arte: Ante el autoritarismo, la imposición, la discriminación, el odio implacable al otro, volvemos a retomar con toda su fuerza la palabra Arte.

Fatoumata Diawara

Per tutti è solamente Fatou, lo dice anche il suo album di debutto. Nata negli anni ’80 in Costa d’Avorio in una famiglia maliana, a soli 15 anni viene notata da un regista francese e diventa attrice di cinema e teatro. Sfugge a un matrimonio combinato e si ferma in Francia dove impara a suonare la chitarra. In Europa sente un po’ di libertà sulla pelle ma compone canzoni in lingua bambara per non dimenticare le sue radici e testimoniare violenze e abusi praticati sulle donne in tante zone dell’Africa, come la mutilazione genitale femminile cantata in Boloko.

The best is yet to come – Una playlist shazammata del 2020

Anche il modo di shazammare è cambiato in questo anno assurdo. Niente caccia alle casse di un locale per captare le canzoni, niente ondeggiamenti con il telefono in aria nei negozi. Solo musica dalla rete, dalla radio e dagli streaming di film e serie tv. Unica eccezione in esterna, qualche tentativo acrobatico di intercettare le rockstar da balcone (ha funzionato solo con Sempre e per sempre di De Gregori live dal fondo della strada). Il primo gennaio 2020 shazammavo World Destruction di John Lydon e Afrika Bambaata: a farla apposta una cosa più apocalittica non veniva. Quindi buon ascolto di una selezione abbastanza assurda anche lei, che non sarà il meglio dell’anno ma stavolta più che mai è il caso di dire the best is yet to come.

Musica + Libri #12 – “Gil Scott-Heron. Il Bob Dylan nero” di Antonio Bacciocchi

Antonio Bacciocchi, Gil Scott-Heron. Il Bob Dylan nero, Vololibero Edizioni, 2018

Ultimamente mi sono affezionata a un commento che ho letto sui social: Bob Dylan è il Gil Scott-Heron bianco (e non il contrario). Le storie andrebbero ribaltate per essere osservate da altri punti di vista, o almeno approfondite, per cominciare.

Questo libro breve ma efficace, un bignami deluxe di vita privata e carriera del personaggio straordinario che è stato Gil Scott-Heron, va in questa direzione. Sostenuto dalla scrittura di Antonio Bacciocchi che è limpida e riesce a essere esaustiva senza lungaggini. Tra le tante attività che porta avanti, per esempio come batterista e produttore, è al suo secondo libro su Gil Scott-Heron, entrambi pubblicati da Vololibero. Ha un blog che si chiama Tony Face ma per fortuna del blog non ha il filtro dell’ego esasperato e spesso infruttuoso di tanti autori del genere.

Gil Scott-Heron è stato un artista abissale, ha esaltato la rivoluzione civile e attraversato l’inferno dell’anima restando bloccato prima dell’uscita. È stato un intellettuale attento, che in principio ha approcciato la scrittura, esplorandone poi le sue connessioni con la musica tramite la poesia e lo spoken word. Si è mosso con disinvoltura tra jazz, blues, afro e anche nel circuito dell’elettronica, con il suo ultimo album I’m New Here pubblicato dalla XL Recordings di Richard Russell.

Questo libro è diviso in due parti, la prima prettamente biografica ma in un quadro più ampio di influenze e iniziazione politiche e culturali. La seconda è dedicata alle sue apparizioni live in Italia attraverso le testimonianze di musicisti, critici e fan, e alla sua discografia. Da leggere in condizioni ottimali, come direbbe Gil.

Quando Malcolm X vestiva alla zootie

zootie


Chi ha bazzicato un po’ il pop degli anni ’80 forse ricorderà il cantante americano Kid Creole. In compagnia delle bionde Coconuts, si contorceva in sgargianti esibizioni vestito da zootie, sgambettando alla maniera di Cab Calloway che di quel movimento degli anni ’30 e ’40 fu l’icona. Calloway aveva musicato il cartoon Betty Boop ed era apparso in forma smagliante nel film del ’43 Stormy Weather.



Nel libro Ribelli con stile, prontuario di un secolo di mode e stili delle culture alternative, Matteo Guarnaccia illustra le linee guida del fenomeno. “La scena zootie inaugura in maniera esteticamente aggressiva la visibilità urbana della cultura black. L’afroamericano esce dal quadretto rassicurante del paesaggio americano, non è più lo straccione con gli abiti da contadino del Sud (salopette sbottonata e maglia della salute a maniche lunghe di lana bucata) o il cameriere con i bottoni lustri. È diventato un pazzo stravagante elegantone, con abiti realizzati appositamente per lui da veri sarti. È una sfida decisa all’estetica dell’uomo bianco, conformista nelle idee e nell’abbigliamento, fedele all’etica del lavoro, con la sua avversione per gli ornamenti e il colore. È un modo per rinegoziare con la cultura dominante la propria dimensione espressiva.”

Questioni estetiche, dunque, ma non solo, perché le mode culturali, in quanto tali, confluiscono in scelte di vita di ampio raggio, includendo l’arte e, spesso, soprattutto la musica. All’epoca jazz e swing impazzavano nelle sale da ballo che molto spesso erano animate da grandi orchestre composte da bianchi che suonavano per bianchi. Non tutte le sere, però, ed era improbabile che un’orchestra di elementi bianchi potesse far ballare una platea di neri. “La musica non conosce altro linguaggio che il suo e la musica segue il ritmo e non i dettami della razza” riferisce Guarnaccia da un articolo di allora pubblicato da Billboard. Ma, prosegue l’autore, “Le grandi orchestre continuano elegantemente a declinare sul palco quella suprema forma di arte afroamericana che si chiama jazz… È un corso accelerato di fisicità e sensualità, materie che la cultura ‘superiore’ WASP non contempla nei suoi programmi”.


Zootie_


Nell’imponente autobiografia di Malcolm X, la testimonianza diretta di quelle serate febbrili è un vortice in cui è inevitabile farsi trascinare. Erano gli anni ’40 e Malcolm, non ancora ventenne, faceva il lustrascarpe alla Roseland Ballroom di Boston dove “Alcuni degli orchestrali venivano su alla toilette verso le otto e si facevano lustrare le scarpe prima di andare al lavoro. Duke Ellington, Count Basie, Lionel Hampton, Cootie Williams, Jimmie Lunceford erano solo alcuni tra quelli che vennero a sedersi sulla mia sedia da lustrascarpe. Facevo schioccare lo straccio con un rumore che ricordava i fuochi artificiali.” Malcolm fu tanto zelante da mettere da parte in fretta buona parte della cifra necessaria (il resto a credito) per comprare uno zoot suit, termine slang degli anni ’30 usato per indicare un abito parecchio sopra le righe che si indossava rigorosamente abbinato a stiratura dei capelli impregnati di brillantina alla goccia. “Dopo avermi preso le misure, il commesso tolse da una fila di abiti appesi uno zoot suit davvero incredibile: i pantaloni di un blu chiaro erano larghissimi al ginocchio e si restringevano ad angolo fino alle rovescie, mentre la giacca, attillata alla vita, mi scendeva fin sotto i ginocchi. Il commesso mi disse che il negozio mi avrebbe regalato una cintola di pelle marrone con sulla fibbia la lettera L, iniziale del mio cognome. Mi disse poi che dovevo comprarmi anche un cappello e così io feci, scegliendone uno blu con la penna infilata nella fascia altissima… Mi ero indebitato per sempre.”

Durò fino all’arrivo della guerra, quando i tessuti vennero razionati e gli zooties afroamericani e latinos, che intanto erano stati bollati come antipatriottici (ci fu anche una zoot riot) e subivano attacchi da parte dei militari, dovettero adattarsi a un profilo estetico più contenuto.

Musica + Libri #11 “Strange Things Happen – La mia vita con i Police, il polo e i pigmei” di Stewart Copeland

SC

Stewart Copeland Strange Things Happen, Minimum Fax 2011


Con un curriculum tanto esotico, come minimo bisognerebbe farci una serie tv. Stewart Copeland ha attraversato mille vite e chissà cos’ha in cantiere ancora, perché quelli così sparano cartucce fino all’ultimo. Lo scrive lui stesso nella prefazione del 2009, più o meno a 57 anni: “Ormai ho una vita piuttosto regolare, ma non ho smesso di vivere le mie strane avventure. La celebrità, anche quando è notevolmente sbiadita, tende ad attrarre le opportunità più bizzarre”. Lui di certo non ne ha persa una. È nato negli Stati Uniti ma ha viaggiato incessantemente: l’infanzia a Beirut per via di un padre funzionario della CIA, poi il Congo tra sciamani e pigmei per girare un film sgarrupato, poi Londra, tra i Police e l’opera teatrale, e a seguire innumerevoli parentesi italiane che per comodità si possono sintetizzare nell’esperienza dionisiaca della Notte della Taranta. 

Il filo rosso che lega le vicende di queste pagine è indubbiamente la provocazione. In un aneddoto tra i tanti, agli albori della carriera dei Police un attimo prima che mettessero a segno la hit Roxanne, Stewart racconta che si presentava in pubblico con il viso coperto da una maschera di gomma, suonava praticamente tutti gli strumenti di una band al completo e si faceva chiamare Clark Kent. Così, giusto per giocarsela in modo un po’ diverso, chiosa lui. Aggiungendo che i Police non erano ben visti all’epoca e per uno che si stava confezionando un curriculum da rockstar, meglio non farsi riconoscere per le vie di Londra.

A proposito di Police, a questa fase della sua vita sono dedicate una ventina di pagine, sparse in una manciata di capitoletti il primo dei quali si intitola, appunto, “Breve storia dei Police”. Ma sono momenti narrativi abbastanza trattenuti, vivacizzati qua e là da qualche immagine del sarcasmo che anima tutto il libro, per esempio in occasione di un concerto americano di reunion, in cui “I pezzi grossi si sradicano dalle poltrone, hanno negli occhi l’affettuoso bagliore dell’avvoltoio che applaude una zebra morta”.  Il linguaggio è la vera chiave di questa autobiografia, ancor più che i contenuti rocamboleschi: saltellante e teso, scandito e affilato, infuocato ma preciso come un assolo di batteria.


SC_

6 canzoni da lavoro

normal_vlcsnap-2012-09-18-00h27m12s86

Chissà se La Classe operaia va davvero in paradiso. Sicuramente ci sarà finito Gian Maria Volonté per le sue formidabili prove di recitazione, come questa nel film di Petri. Aveva un modo speciale di entrare nei ruoli, totale e devoto. Era sempre un altro, hanno detto. Tutto è politica, diceva.


Il primo maggio innesca una serie di riferimenti musicali in cui non può mancare Working Class Hero del 1970, attacco sferzante di John Lennon ad arrivismo e conformismo. There’s room at the top they are telling you still / But first you must learn how to smile as you kill. Magari Lennon non proveniva esattamente dalla classe operaia ma la sua denuncia sembrava genuina. Pochi anni più tardi, Marianne Faithfull ha fatto di Working Class Hero una versione radical-spettrale affascinante che si è spinta ancora oltre i limiti del ‘ruolo’ dell’interprete, essendo lei figlia di un professore universitario e di una baronessa austriaca. Nel suo caso erano in ballo, forse, altre problematiche.


Ma fuori dai conformismi, appunto, è giusto che ognuno militi con il proprio stile. Elvis Costello è stato spiazzante con il suo bellissimo debutto My Aim is True in piena esplosione anarchica del 1977. Un linguaggio nuovo che rielaborava il rock’n’roll della tradizione in chiave punk, in un album di rottura ma costruttivo, forse già in vista del post punk, in qualche modo. Elvis giocava sul filo di vicende private amorose e inquietudine collettiva. Welcome to the working week cantava di sera Elvis, mentre di giorno lavorava come operatore informatico alla Elizabeth Arden di Londra.


Sul finire degli anni settanta, all’interno del movimento punk faceva secessione l’ala più estrema che ‘veniva della strada’, detta Oi, che si sarebbe delineata poi come skinhead. Lo street punk rivendicava di essere la vera rappresentanza del proletariato inglese. Erano gli anni di ferro del thatcherismo. Come si possono ignorare le cose che accadono sotto gli occhi di tutti? Billy Bragg non si è tirato indietro. Più che cantante politico si è autodefinito cronista della realtà:  Well the factories are closing and the army’s full / I don’t know what I’m going to do / But I’ve come to see in the land of the free / There’s only room for a chosen few.


Saltando a fatti più recenti, M.I.A., inglese di origini tamil, ha collaborato con la catena H&M per la campagna pubblicitaria della Settimana Mondiale del Riciclo con la canzone Rewear it. M.I.A. ha scelto la linea di denuncia da sempre. Anche se sono convinta che la contraddizione sia vitale, a volte questa dinamica mi confonde più di altre. H&M è coinvolta nelle indagini sullo sfruttamento del lavoro minorile su cui non mi risultano esserci risposte definitive, se non il proposito della multinazionale di alzare il livello di attenzione sulla filiera della produzione. Per il momento penso che M.I.A. imbarcandosi in questa campagna abbia almeno confermato la propensione al coraggio – oltre ad avere tirato fuori, come spesso, una bella canzone.


Nel 2010 nel suo potente album d’esordio La Macarena su Roma, Iosonouncane, musicista sardo senza filtri, ha inserito Torino pausa pranzo, una canzone che parla del funerale degli operai morti nelle acciaierie della ThyssenKrupp nel 2007. Tutto l’album verte su temi spinosi politici e sociali, calcando la mano sul velo di ipocrisia spiegato da istituzioni e media (Il coccodrillo commosso parente stretto delle borsette / è il prezzo da pagare per i prezzi da scontare). La narrazione sembra racchiusa in una bolla straniante resa attraverso ritmi incalzanti e distorti, tra chitarre e suoni sintetici in un filo che unisce il cantautorato anni 70 all’elettronica.


Lavoravo in quel di Baggio e mi han licenziato a maggio
M’ha chiamato il Direttore e mi fa: «Caro signore
Con quel tic non rende niente!…
Eh! Non vede? Sembra quasi un deficiente!

 

Sign of These Times

prince

Sign O’ The Times


Se c’è un album che mi ha fatto molleggiare di felicità e inchiodare di tristezza, eccolo qui. Chi se lo dimentica il verso all’inizio di Sign O’ The Times che parla di una grande malattia con un piccolo nome, un pugno nello stomaco in apertura di quello che è considerato il capolavoro di Prince. Data di uscita: 31 marzo 1987. Mentre il flagello dell’aids stava sgretolando i ruggenti anni ’80, Prince pubblicava questo album doppio, per la prima volta senza il mitico gruppo The Revolution. Un lavoro straordinariamente camaleontico che fonde ritmi, generi e argomenti, accompagnandoci in un album di fotografie di fine secolo, tra riferimenti che vanno da James Brown a Joni Mitchell. Un manifesto delle piaghe sociali degli anni ottanta, dall’aids alla droga (dove reefer e horse sono termini slang per marijuana ed eroina), dalle armi e le baby gang all’esplosione dello shuttle Challenger. Ma allo stesso tempo, un enorme tao che dal primo pezzo al sedicesimo impasta carne e spirito, amore, sesso e soldi, mettendo in scena la ruota della vita nelle sue espressioni più sensuali.

In France a skinny man died of a big disease with a little name / by chance his girlfriend came across a needle and soon she did the same / at home there are seventeen-year-old boys and their idea of fun / is being in a gang called The Disciples high on crack, totin’ a machine gun… In September my cousin tried reefer for the very first time now he’s doing horse, it’s June.