Sign of These Times

prince

Sign O’ The Times


Se c’è un album che mi ha fatto molleggiare di felicità e inchiodare di tristezza, eccolo qui. Chi se lo dimentica il verso all’inizio di Sign O’ The Times che parla di una grande malattia con un piccolo nome, un pugno nello stomaco in apertura di quello che è considerato il capolavoro di Prince, uscito il 31 marzo del 1987. Mentre il flagello dell’aids stava sgretolando i ruggenti anni ’80, Prince pubblicava questo album doppio, per la prima volta senza il mitico gruppo The Revolution. Un lavoro straordinariamente camaleontico che fonde ritmi, generi e argomenti, accompagnandoci in un album di fotografie di fine secolo, tra riferimenti che vanno da James Brown a Joni Mitchell. Un manifesto delle piaghe sociali degli anni ottanta, dall’aids alla droga (dove reefer e horse sono termini slang per marijuana ed eroina), dalle armi e le baby gang all’esplosione dello shuttle Challenger. Ma allo stesso tempo, un enorme tao che dal primo pezzo al sedicesimo impasta carne e spirito, amore, sesso e soldi, mettendo in scena la ruota della vita nelle sue espressioni più sensuali.

In France a skinny man died of a big disease with a little name / by chance his girlfriend came across a needle and soon she did the same / at home there are seventeen-year-old boys and their idea of fun / is being in a gang called The Disciples high on crack, totin’ a machine gun… In September my cousin tried reefer for the very first time now he’s doing horse, it’s June.

 

Musica + Libri #10 – “Perché ci piace la musica” di Silvia Bencivelli

 

 

 

Perché ci piace la musica

Silvia Bencivelli, Perché ci piace la musica, Sironi Editore 2015

 


Se siete nerd e al tempo stesso appassionati di musica probabilmente troverete questo libro un bel bocconcino. Ma perché la musica ci piace? Silvia Bencelli – giornalista scientifica, conduttrice radiofonica e saggista –  affronta il quesito del titolo avvalendosi di risorse tecniche e un’esposizione facilmente comprensibile. Partendo da un vecchio articolo di un giornalista svedese intitolato “Perché ci piacciono i Beatles”, che in realtà non approfondiva l’argomento Beatles né tantomeno alcun aspetto scientifico, l’autrice si avventura nelle connessioni che intercorrono tra musica e neuroscienze.

L’impianto del libro è più o meno questo. Nella prima parte si dà spazio agli aspetti scientifici che riguardano il funzionamento di cervello e suoni. Perché la musica ci piace anche se non ci dà vantaggi immediati concreti? Verso la fine dell’Ottocento ci si cominciava a interrogare sul perché l’uomo, a differenza di altri animali, si interessi tanto a suoni ‘inutili’ come quelli di una canzone. Secondo Darwin: “L’uomo primitivo, o piuttosto un qualche antico progenitore dell’uomo, probabilmente ha usato per la prima volta la sua voce per produrre vere e proprie cadenze musicali… E potremmo concludere, utilizzando un’analogia largamente diffusa, che questa capacità sia stata utilizzata soprattutto durante il corteggiamento.” E te pareva.

Nella seconda parte, attraverso lo studio di animali e bambini, si cerca di indagare sull’evoluzione dei gusti musicali. Tra canti di balene e ninnananne, il punto è: viene prima il linguaggio o la musica? Tra le cose certe, stando a una ricerca dello staff dell’acquario di Birmingham, c’è che il vocione di Barry White sarebbe particolarmente adatto a far accoppiare gli squali. 

Nella terza parte ci si domanda che effetti abbia la musica sul corpo, sulla mente e soprattutto sulla società. “In realtà, agli albori del cinema, all’inizio del secolo scorso, l’intenzione nell’accostare la musica ai film non era emozionare la platea: la musica fu introdotta allo scopo prosaico di coprire i rumoracci dei proiettori.” Pioniere dell’utilizzo della musica in chiave emotiva fu il regista Sergej Eizeinštein. E da allora, se una ragazza fa la doccia con un violino che suona in sottofondo, da lì a due minuti non potrà che venire accoltellata (questo vale per quasi tutti, tranne per chi, come nel caso di Che Guevara, è affetto da amusia, una sorta di dislessia musicale che non fa sentire le ‘emozioni musicali’). 

Ah, pare anche che il Can can diminuisca la percezione della sofferenza quando si è sottoposti al dolore fisico. Quindi, se state iniziando a lamentarvi di mal di schiena da quarantena, ma quale lezione di feldenkreis in streaming, alzate il volume a palla.

 


 

We can do it

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Rosalind P. Walter è passata ad altra vita lo scorso mercoledì 4 marzo. Né caldo né freddo, tenderei a dire se non avessi scoperto che a questo nome corrisponderebbe la ragazza del poster-icona del movimento femminista statunitense che ritrae una giovane donna in abiti da lavoro, in primo piano il braccio muscoloso, e sopra la scritta We can do it! Rosie the Riveter, venne chiamata la ragazza dell’immagine, diventata simbolo di una sorta di repentina impennata di emancipazione femminile negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, quando le donne vennero impiegate nell’industria bellica per rimpiazzare gli uomini che nel frattempo erano stati mandati al fronte.

Prima ancora del poster, Rosie the Riveter era il titolo di una canzone scritta da Redd Evans e John Jacob Loeb ed eseguita nell’edizione del 1943 da The Four Vagabonds, un quartetto afroamericano. Potrebbe essere stata questa canzone a ispirare l’immagine dell’illustratore Norman Rockwell pubblicata nel maggio del 1943 sulla copertina del Saturday Evening Post, in cui si vede un’operaia con una rivettatrice sulle ginocchia e il cestino del pranzo con la scritta Rosie.



Rosalind P. Walter, pur facendo parte di una famiglia agiata di Long Island, decise di unirsi a milioni di altre ragazze per contribuire allo svolgimento della guerra. Ma la lettura in chiave di empowerment femminile di Rosie the Riveter che venne fatta negli anni successivi si discosta decisamente dalle intenzioni originarie della creazione dell’immagine, pura propaganda probellica ad ogni costo. Anche quello di usare le forze femminili nella produzione delle armi per poi rispedirle a casa una volta finita la guerra, giusto in tempo per preparare la cena. 

All the day long,
Whether rain or shine,
She’s a part of the assembly line.
She’s making history,
Working for victory

 

Live in quarantena – Marzo 2020

foto marzo

Swimming in a fish bowl – Après-coup, Milano

Non sono 6 ma solo 3 le segnalazioni di marzo (almeno per ora) e non si riferiscono unicamente da Milano. Ma niente è ordinario di questi tempi. I concerti li potete seguire da dove volete perché sono in streaming. E c’è di buono che se avevate intenzione di provarci con lui o con lei nel buio del locale, sarete già a casa…


Duo Bucolico 40ena Blues, + Guest (Slavi BP) – Giovedì 5, Riccione


Musica in Quarantena, 150 ore live e djset – Venerdì 6, Tempio del futuro perduto, Milano


Bergamo diffonde – Venerdì 6, Bergamo