
La prima cosa da dire è che la Niña è una parola spagnola che in italiano significa la bambina. È importante precisarlo perché spesso le due lingue vengono confuse e mescolate nel vocabolario degli stranieri che stanno imparando a parlare italiano. Carola Moccia ha scelto il nome d’arte la Niña per mantenere sempre in vita la bambina che è dentro di lei, per conservare lo sguardo senza filtri e libero da pregiudizi tipico dell’età dell’infanzia.
Il lavoro artistico della Niña si focalizza sul recupero delle radici e della spontaneità. Così racconta lei stessa in un’intervista reperibile in internet. In questa direzione va anche la decisione di cantare in dialetto napoletano, per creare un filo diretto che unisce tradizione e modernità.
Le nuove generazioni hanno ripreso a utilizzare il dialetto nella comunicazione artistica già da qualche anno. In particolare il dialetto napoletano che, come tutti sappiamo bene, ha una lunga storia di espressività culturale, forse anche più dell’italiano. Artisti come Liberato e Nu Genea hanno dato nuova vitalità al suono del napoletano in musica.
Dopo tutto la lingua italiana è abbastanza giovane, se pensiamo che l’unità d’Italia è datata 1861 e che nel corso di più di un secolo, poche persone parlavano la lingua nazionale ufficiale mentre, parallelamente, nella realtà di tutti i giorni si comunicava utilizzando i dialetti locali.
Ma non perdiamoci nei numeri storici e torniamo, invece, al testo della canzone di questo episodio.
Figlia d’a tempesta è una canzone femminista in dialetto napoletano. Dalle prime parole del testo è evidente che si tratta di una denuncia della condizione della donna, da sempre maltrattata. Ma è anche un canto di ribellione e di rivolta contro il sistema oppressore.
Perché sono nata femmina, perché sono nata. C’è chi vuole che rimanga incinta chi vuole che mi sposi. Sono figlia della tempesta e non possono incatenarmi. Fatemi passare, fatemi passare.
Figlia d’a tempesta ha un’impostazione corale, cioè è cantata da un gruppo di donne con una carica di energia così potente che sembra veramente di essere travolte dalla tempesta.
Nella canzone, è presente anche una serie di elementi che appartengono alla napoletanità, così possiamo dire, usando un aggettivo abbastanza gergale ma che per noi italiani è altamente evocativo. Il primo di questi elementi sono gli strumenti. Il mandolino, la chitarra battente, i tamburi. Proprio questi ultimi, i tamburi, danno voce alla protesta delle voci. Così dice La Niña, testualmente:
Battiamo con i tamburi, facciamoli sentire, chi non voleva ascoltare adesso deve aprire le orecchie.
Non mancano, poi, i riferimenti alla Smorfia napoletana. Un mito della tradizione partenopea. Si tratta del libro dei sogni e dei numeri associati, quelli che generalmente vengono interpretati e usati per giocare al gioco del Lotto.
Per concludere, ecco una citazione da un’intervista che racconta molto la personalità di questa artista. Pensando soprattutto a quelli che parlano troppo del suo aspetto fisico, La Niña ha detto (con un accento napoletano che io non sono affatto capace di riprodurre): “Non sono la popstar, non sono l’idolo da idolatrare. Il mio sogno è essere un poco come Brahms. Io non ho mai visto una sua foto però me lo ascolto, capito?”
TAG: Italiano livello B1, dialetto, femminismo, smorfia napoletana
NOTA BIOGRAFICA: Carola Moccia, in arte La Niña, è nata a Napoli nel 1991. È cresciuta in una famiglia legata all’arte e alla musica. I suoi primi tre singoli da solista sono usciti nel 2019 e sono stati pubblicati dall’etichetta La Tempesta Dischi. Successivamente è entrata a fare parte della Sony Music Italy, pubblicando nel 2021 l’EP EDEN, e poi l’album VANITAS nel 2023. Parallelamente alla musica, La Niña lavora nel campo teatrale e televisivo.