Live a Milano – Novembre 2018 / Speciale JazzMi

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Come si fa a non dedicare uno spazio speciale all’appuntamento jazz di Milano che continua a crescere di anno in anno. L’edizione 2018, la terza, si prospetta notevole, con un programma di 210 eventi dall’1 al 13 novembre, di cui, tra l’altro, 70 sono gratuiti. Vietato mancare, perché ce n’è davvero per tutti i gusti. Questa è la mia selezione di 6 concerti.


Kamaal Williams – Venerdì 2, Triennale

British, experimental jazz, anni ’90


Colin Stetson – Domenica 4, Triennale

Sassofonista, americano, più elettronica che tradizione


Camille Bertault – Mercoledì 7, Triennale

Parigina, standard con brio, tra Elis Regina e Boris Vian


Abdullah Ibrahim – Giovedì 8, Triennale

Pianista, sudafricano, guru musicale e spirituale


Yazz Ahmed – Venerdì 9, Triennale

Dal Barhein a Londra, trombettista, psychedelic arabic jazz


Marquis Hill Blacktet – Sabato 10, Triennale

Trombettista, tra post bop e r’n’b, avvolgente


 

 

Live a Milano – Luglio 2018

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Area Expo, Milano


Action Bronson – Mercoledì 4, Magnolia

Rapper e cuoco, newyorchese di origini albanesi, istrionico

 

Godspeed You! Black Emperor – Giovedì 5, Magnolia

Canadesi, post rock, ventennali

 

Alva Noto – Martedì 17, Triennale

Tedesco, elettro-drone, per evaporare

 

Anderson .Paak – Mercoledì 18, Carroponte

Afro-coreano nato in California, vita avventurosa, musicista sanguigno

 

Fatoumata Diawara – Lunedì 23, Carroponte

Maliana, attrice, tra passato e futuro

 

Kevin Morby – Martedì 24, Triennale

Psico-folk, elegante, ex bassista dei Woods

Nice Jazz Festival, è ancora qui la festa

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Se amate la musica, a prescindere da quanto realmente si possa definire jazz, il Nice Jazz Festival è un’occasione da impilare nella lista delle cose da fare almeno una volta nella vita. Questa è stata l’edizione successiva al vuoto lasciato l’anno scorso dall’attentato sulla Promenade des Anglais, la celebre passeggiata bordo mare il cui struscio folcloristico ne fa la Venice europea. L’atmosfera della serata di apertura era euforica come ci fosse appena stata una vincita al lotto collettiva. Tra perfetti sconosciuti ci si sorrideva senza motivo o ci si salutava calorosamente ritrovandosi per l’ennesima volta in fila per riempire il gobelet – il boccale riciclabile con il logo della manifestazione. 

Il festival è durato cinque giorni da lunedì 17 a sabato 21 luglio, di cui io ho coperto solo le prime due serate. L’inglese era la lingua ufficiale, forse più del francese, nel pubblico numeroso, una ciurma di libertini amanti della musica, di età compresa tra i 5 e i 105 anni, che non hanno esitato a togliere i freni inibitori per abbandonarsi a balli e canti sfrenati. Gli avventori di questo festival facilmente hanno voglia di divertirsi, molti sono in vacanza e con l’animo ben disposto anche se non sono intenditori. Ma forse proprio in virtù di questa eterogeneità, si respirava democratico rispetto per tutti gli artisti, dai più ‘pop’, ai quali è riservata la scena di place Masséna, a quelli del Théâtre de Verdure che ospita le performance più in linea con la tradizione del festival. 



Headliner delle mie due serate sono stati Herbie Hancock, direttore artistico di questa edizione del festival, e Ibrahim Maalouf, trombettista e pianista franco-libanese popolare in Francia al pari forse di un nostro Jovanotti. Sul primo mi autocensuro, da totale ignorante quale sono che cerca solo di familiarizzare con la storia della musica jazz stando con le orecchie drizzate. Ma mi sono compiaciuta del fatto che le persone abbiano prestato a tutti i musicisti la stessa attenzione mista a gratitudine e divertimento. Di fronte a Hancock si è ancheggiato quasi come con i De La Soul che l’hanno preceduto sulla scena Masséna. Loro hanno scosso la piazza con una dignitosissima carica da navigati MC, lui l’ha ipnotizzata con la sua bravura. E cosa vuoi dire poi a Maalouf. Mi è sembrato geniale, ha portato in palmo di mano tutta l’emotività che il pubblico scalpitava per far scorrere a fiumi. Il medioriente in rivoluzione attraverso suggestioni di energia elettronica in stile M83.


 

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Delle altre esibizioni a cui ho assistito, la britannica Laura Mvula ha tenuto grande presenza scenica anche quando è scesa dai trampoli che la ingessavano un po’. Si muove in un terreno vasto di orchestrazioni che attingono tanto dal gospel quanto dal pop barocco o da quello elettronico alla Imogen Heap. Ma la sensazione che mi ha lasciato è di non avere capito molto di quello che ho ascoltato. Invece ho inteso bene il bravo ed esageratamente bello Roberto Fonseca, pianista cubano che ricordavo bene già da due anni anni fa, quando si era esibito con Fatoumata Diawara. Sono riuscita a seguire solo un paio di pezzi latin jazz e mi è sembrato un ottimo intrattenitore.



E per finire, un coup de foudre per la coreana Youn Sun Nah, che parla con la vocina da nonna di Confucio ma quando canta si trasforma nella tigre della Malesia. A fatica ho abbandonato il suo concerto per raggiungere Herbie Hancock ma una volta tornata a casa sono andata subito a studiare. Nel 2010 ha confezionato una versione di Enter Sandman dei Metallica, con l’accompagnamento del suo storico chitarrista Wolf Wakenius, che mi ha sbloccato tutti i chakra.

Per quest’anno è tutto e non è poco. Grazie della festa, Nizza.


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