Il testo di Ritornerai parte da una situazione triste, la fine di una storia d’amore. Lei è andata via ma lui non accetta questo abbandono. L’autore di questa canzone si chiama Bruno Lauzi e quando la scrive, nel 1963, è un ragazzo di 26 anni che viene dalla città di Genova. Ha una personalità gioiosa ed eclettica e lavora anche nel cabaret. Il motivo della canzone è triste ma il testo è costruito sulla speranza che la donna tornerà da lui.
Più che una speranza abbiamo l’impressione di una certezza. Bruno è sicuro che lei ritornerà e per questo usa il tempo verbale del futuro, il tempo delle cose che certamente succederanno e dice così
Ritornerai, lo so, ritornerai
Bruno è anche molto orgoglioso e fiero e dice ancora alla sua donna, divenuta ormai ex
Quel giorno riderai ma non potrai lasciarmi mai più
La canzone è breve e intensa ha il ritmo di un bolero che cresce e cresce ancora in una struttura ripetitiva e un po’ ossessiva. La tensione diventa sempre più grande, in un misto di dolcezza e ostinazione. Possiamo intuire anche un po’ di ironia quando, nella parte finale, lui dice
Ti senti sola con la tua libertà
ed è per questo che tu ritornerai
Ma a questo punto la domanda viene spontanea: siamo di fronte a un caso di speranza, di certezza o di illusione?
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BIOGRAFIA: Nato nel 1937, quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della sua scomparsa. Bruno è uno dei fondatori della scuola genovese, personaggio eclettico e sperimentatore. Appassionato di politica, di letteratura, di canzone francese e di lingue straniere. Da Genova si traferisce a Milano dove si diploma alla scuola interpreti. A Milano frequenta artisti, attori e musicisti, scrive canzoni e poesie. Ha firmato brani mitici come E penso a te e Almeno tu nell’universo. Ha anche fondato una sua casa editrice che si chiama Pincopallo.
La prima cosa da dire è che la Niña è una parola spagnola che in italiano significa la bambina. È importante precisarlo perché spesso le due lingue vengono confuse e mescolate nel vocabolario degli stranieri che stanno imparando a parlare italiano. Carola Moccia ha scelto il nome d’arte la Niña per mantenere sempre in vita la bambina che è dentro di lei, per conservare lo sguardo senza filtri e libero da pregiudizi tipico dell’età dell’infanzia.
Il lavoro artistico della Niña si focalizza sul recupero delle radici e della spontaneità. Così racconta lei stessa in un’intervista reperibile in internet. In questa direzione va anche la decisione di cantare in dialetto napoletano, per creare un filo diretto che unisce tradizione e modernità.
Le nuove generazioni hanno ripreso a utilizzare il dialetto nella comunicazione artistica già da qualche anno. In particolare il dialetto napoletano che, come tutti sappiamo bene, ha una lunga storia di espressività culturale, forse anche più dell’italiano. Artisti come Liberato e Nu Genea hanno dato nuova vitalità al suono del napoletano in musica.
Dopo tutto la lingua italiana è abbastanza giovane, se pensiamo che l’unità d’Italia è datata 1861 e che nel corso di più di un secolo, poche persone parlavano la lingua nazionale ufficiale mentre, parallelamente, nella realtà di tutti i giorni si comunicava utilizzando i dialetti locali.
Ma non perdiamoci nei numeri storici e torniamo, invece, al testo della canzone di questo episodio.
Figlia d’a tempestaè una canzone femminista in dialetto napoletano. Dalle prime parole del testo è evidente che si tratta di una denuncia della condizione della donna, da sempre maltrattata. Ma è anche un canto di ribellione e di rivolta contro il sistema oppressore.
Perché sono nata femmina, perché sono nata. C’è chi vuole che rimanga incinta chi vuole che mi sposi. Sono figlia della tempesta e non possono incatenarmi. Fatemi passare, fatemi passare.
Figlia d’a tempesta ha un’impostazione corale, cioè è cantata da un gruppo di donne con una carica di energia così potente che sembra veramente di essere travolte dalla tempesta.
Nella canzone, è presente anche una serie di elementi che appartengono alla napoletanità, così possiamo dire, usando un aggettivo abbastanza gergale ma che per noi italiani è altamente evocativo. Il primo di questi elementi sono gli strumenti. Il mandolino, la chitarra battente, i tamburi. Proprio questi ultimi, i tamburi, danno voce alla protesta delle voci. Così dice La Niña, testualmente:
Battiamo con i tamburi, facciamoli sentire, chi non voleva ascoltare adesso deve aprire le orecchie.
Non mancano, poi, i riferimenti alla Smorfia napoletana. Un mito della tradizione partenopea. Si tratta del libro dei sogni e dei numeri associati, quelli che generalmente vengono interpretati e usati per giocare al gioco del Lotto.
Per concludere, ecco una citazione da un’intervista che racconta molto la personalità di questa artista. Pensando soprattutto a quelli che parlano troppo del suo aspetto fisico, La Niña ha detto (con un accento napoletano che io non sono affatto capace di riprodurre): “Non sono la popstar, non sono l’idolo da idolatrare. Il mio sogno è essere un poco come Brahms. Io non ho mai visto una sua foto però me lo ascolto, capito?”
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NOTA BIOGRAFICA: Carola Moccia, in arte La Niña, è nata a Napoli nel 1991. È cresciuta in una famiglia legata all’arte e alla musica. I suoi primi tre singoli da solista sono usciti nel 2019 e sono stati pubblicati dall’etichetta La Tempesta Dischi. Successivamente è entrata a fare parte della Sony Music Italy, pubblicando nel 2021 l’EP EDEN, e poi l’album VANITAS nel 2023. Parallelamente alla musica, La Niña lavora nel campo teatrale e televisivo.
Quante cose vengono e vanno… I soldi, gli amici, la felicità, l’equilibrio. E l’amore, naturalmente. La nostra esistenza è fatta di cicli che si ripetono, proprio come le stagioni di cui parla Franco Battiato.
Autunno, inverno, primavera, estate, queste sono le 4 stagioni che si alternano nel corso dell’anno. In questo momento, mentre sto parlando, siamo in pieno inverno. Fuori fa freddo e piove ma subito dopo arriverà ancora la primavera, torneranno le foglie sugli alberi e si apriranno nuovi fiori. Ancora una volta tornerà la stagione dell’amore.
La stagione dell’amore viene e va i desideri non invecchiano quasi mai con l’età se penso a come ho speso male il mio tempo che non tornerà, non ritornerà più La stagione dell’amore viene e va all’improvviso senza accorgerti la vivrai, ti sorprenderà
Quindi, Battiato ci dice che da un lato abbiamo il passare del tempo che non torna indietro e noi invecchiamo. Ma dall’altro abbiamo i desideri che non diventano vecchi. Al contrario ritornano e ci sorprendono.
Questa canzone fa parte di un album che si intitola Orizzonti perduti ed è il tredicesimo di Franco Battiato, pubblicato nel 1983. Musicalmente è un disco essenzialmente elettronico fatto di canzoni brevi con una struttura simile. Il suono metallico dei sintetizzatori entra in contrasto con le parole di queste canzoni che fanno riferimento a temi profondi, meditativi e filosofici.
Questa era la caratteristica principale del linguaggio di Franco Battiato che fondeva pop e trascendenza. In genere Battiato usa una lingua culturalmente elevata, spesso poco immediata e molto stratificata. In questa canzone, al contrario, il linguaggio è più semplice e diretto ma certamente non è banale.
Un’ultima notizia di tipo, diciamo, bio-geografico, attraversa questo disco. Si tratta del contrasto tra il sud e il nord d’Italia, in particolare tra la magica Sicilia, la terra d’origine di Franco e Milano, la città dove Franco abitava quando ha scritto queste canzoni. Luogo di alienazione e artificio cosmico.
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NOTA BIOGRAFICA: Franco Battiato è nato nel 1945 in Sicilia. È stato uno sperimentatore fin dagli anni 70. Poi, nel 1981 l’album La voce del padrone riceve un successo notevole di pubblico e vendite. Battiato diventa un punto di riferimento per molti musicisti e intellettuali. Maestro di sonorità ricercate che si muovono tra componimenti sinfonici, musica sacra e pop, Franco Battiato è una figura unica nel panorama italiano. Nel 2003 è stato anche regista del film Perdutoamor. Questa è solo una sintesi estrema di una carriera ricchissima durata fino al ritiro dalle scene nel 2019, due anni prima della sua morte.