FIGLIA D’A TEMPESTA di La Niña

Episodio 7

Valerio Berruti, More than kids, Palazzo Reale

La prima cosa da dire è che la Niña è una parola spagnola che in italiano significa la bambina. È importante precisarlo perché spesso le due lingue vengono confuse e mescolate nel vocabolario degli stranieri che stanno imparando a parlare italiano. Carola Moccia ha scelto il nome d’arte la Niña per mantenere sempre in vita la bambina che è dentro di lei, per conservare lo sguardo senza filtri e libero da pregiudizi tipico dell’età dell’infanzia.

Il lavoro artistico della Niña si focalizza sul recupero delle radici e della spontaneità. Così racconta lei stessa in un’intervista reperibile in internet. In questa direzione va anche la decisione di cantare in dialetto napoletano, per creare un filo diretto che unisce tradizione e modernità.

Le nuove generazioni hanno ripreso a utilizzare il dialetto nella comunicazione artistica già da qualche anno. In particolare il dialetto napoletano che, come tutti sappiamo bene, ha una lunga storia di espressività culturale, forse anche più dell’italiano. Artisti come Liberato e Nu Genea hanno dato nuova vitalità al suono del napoletano in musica.

Dopo tutto la lingua italiana è abbastanza giovane, se pensiamo che l’unità d’Italia è datata 1861 e che nel corso di più di un secolo, poche persone parlavano la lingua nazionale ufficiale mentre, parallelamente, nella realtà di tutti i giorni si comunicava utilizzando i dialetti locali.

Ma non perdiamoci nei numeri storici e torniamo, invece, al testo della canzone di questo episodio.

Figlia d’a tempesta è una canzone femminista in dialetto napoletano. Dalle prime parole del testo è evidente che si tratta di una denuncia della condizione della donna, da sempre maltrattata. Ma è anche un canto di ribellione e di rivolta contro il sistema oppressore.

Perché sono nata femmina, perché sono nata. C’è chi vuole che rimanga incinta chi vuole che mi sposi. Sono figlia della tempesta e non possono incatenarmi. Fatemi passare, fatemi passare.

Figlia d’a tempesta ha un’impostazione corale, cioè è cantata da un gruppo di donne con una carica di energia così potente che sembra veramente di essere travolte dalla tempesta.

Nella canzone, è presente anche una serie di elementi che appartengono alla napoletanità, così possiamo dire, usando un aggettivo abbastanza gergale ma che per noi italiani è altamente evocativo. Il primo di questi elementi sono gli strumenti. Il mandolino, la chitarra battente, i tamburi. Proprio questi ultimi, i tamburi, danno voce alla protesta delle voci. Così dice La Niña, testualmente:

Battiamo con i tamburi, facciamoli sentire, chi non voleva ascoltare adesso deve aprire le orecchie.

Non mancano, poi, i riferimenti alla Smorfia napoletana. Un mito della tradizione partenopea. Si tratta del libro dei sogni e dei numeri associati, quelli che generalmente vengono interpretati e usati per giocare al gioco del Lotto.

Per concludere, ecco una citazione da un’intervista che racconta molto la personalità di questa artista. Pensando soprattutto a quelli che parlano troppo del suo aspetto fisico, La Niña ha detto (con un accento napoletano che io non sono affatto capace di riprodurre): “Non sono la popstar, non sono l’idolo da idolatrare. Il mio sogno è essere un poco come Brahms. Io non ho mai visto una sua foto però me lo ascolto, capito?

TAG: Italiano livello B1, dialetto, femminismo, smorfia napoletana

NOTA BIOGRAFICA: Carola Moccia, in arte La Niña, è nata a Napoli nel 1991. È cresciuta in una famiglia legata all’arte e alla musica. I suoi primi tre singoli da solista sono usciti nel 2019 e sono stati pubblicati dall’etichetta La Tempesta Dischi. Successivamente è entrata a fare parte della Sony Music Italy, pubblicando nel 2021 l’EP EDEN, e poi l’album VANITAS nel 2023. Parallelamente alla musica, La Niña lavora nel campo teatrale e televisivo.

LA FELICITÀ di Giovanni Truppi

Episodio 1

Negli anni 80 l’idea di felicità nella canzone italiana corrispondeva all’immagine e alle parole della coppia Al Bano e Romina: felicità è un bicchiere di vino con un panino, cantavano i due, mano nella mano. Adesso, a quarant’anni di distanza, le cose non sono più così chiare come nel lontano 1982. È finita l’epoca di Berlusconi, è finito l’ottimismo senza limiti, è finita l’età delle favole raccontate dalla televisione nazionale. Il mondo degli anni 2020 è fluido e i contorni delle cose non sono molto definiti… Ma che cos’è la felicità dell’epoca moderna? E dove la possiamo trovare? 

Mentre ascoltiamo le parole del cantautore Giovanni Truppi ci sentiamo persi con lui nella ricerca della felicità.

Cercavo di qua, cercavo di là, stavo cercando la felicità

Andavo di qua e andavo di là, mentre cercavo la felicità

La sua canzone La felicità, pubblicata nel 2022, rappresenta puntualmente la confusione che caratterizza soprattutto le generazioni x e i millenial, completamente presi dalla ricerca frenetica del benessere e forse anche ossessionati dalla paura degli spazi vuoti. In realtà, è una ricerca che ha attraversato la storia del mondo e qualche decennio di musica italiana. Ma la differenza è che prima, in Italia, nelle canzoni si parlava poco dei dubbi e delle difficoltà individuali. La società italiana preferiva dare l’impressione di avere la vita sotto controllo, e nei testi delle canzoni, un bicchiere di vino era la formula per arrivare a essere felici, era già la risposta. 

Oggi, al contrario, Giovanni Truppi si domanda:

Ma come fai a trovare qualcosa che non sai cos’è?

La forma, il colore, il verso, l’odore

La lingua che parla o almeno una mappa

Il suo ragionamento non fa una piega, ha proprio ragione Giovanni. E, nel frattempo, mentre cerchiamo questa cosa che sappiamo solo che si chiama felicità ma che non sappiamo riconoscere, la vita va avanti e tante cose succedono.

Papà e mamma sono invecchiati, mentre cercavo la felicità

Vivono soli in case giganti, mentre io cerco la felicità

Qualche volta vorrei andare a trovarli ma mi organizzo sempre troppo tardi

Perché cerco la felicità, senza trovare la felicità

La vita è ciò che accade mentre sei impegnato a fare altri progetti, lo diceva John Lennon in a Beautiful Boy, la sua canzone del 1980. E Giovanni Truppi, nato a Napoli esattamente un anno dopo la canzone di Lennon, ha dedicato il suo lavoro a riportare l’attenzione sulla vita quotidiana, sulla politica e sul sociale. Le sue canzoni parlano del filo che unisce la vita privata a quella pubblica, e rappresentano in chiave moderna la canzone d’autore. 

Durante l’estate del 2020 Giovanni ha fatto un tour con il suo camper, per raccogliere le testimonianze delle persone che incontrava lungo la strada, quando il mondo era in piena pandemia. Ha percorso le coste italiane da Ventimiglia a Trieste, come aveva fatto Pier Paolo Pasolini nel 1959 per il suo reportage La lunga strada di sabbia. In questo tour ha portato anche la sua musica. Infatti, nel camper Giovanni ha installato un pianoforte trasportabile, modificato da lui stesso, smontato e poi rimontato con le sue mani, su misura per potere viaggiare. Questo momento eccezionale è stato raccontato poi in un libro che si intitola L’avventura. Una avventura decisamente italiana. Sarà questa la felicità?

NOTA BIOGRAFICA: Giovanni Truppi è nato a Napoli nel 1981. Si è formato sul pianoforte ma in concerto preferisce suonare la chitarra. Di lui hanno detto “Sa passare dall’infinitamente intimo all’immensamente cosmico”. Ha pubblicato il suo primo album in studio nel 2010, a cui ne sono seguiti altri 5, più due raccolte e un EP. Ha composto musica per il cinema e oltre a essere musicista, nel 2021 ha anche scritto un libro pubblicato da La nave di Teseo.

TAG: Italiano livello A2/B1, passato prossimo vs imperfetto, viaggi