Nice Jazz Festival, è ancora qui la festa

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Se amate la musica, a prescindere da quanto realmente si possa definire jazz, il Nice Jazz Festival è un’occasione da impilare nella lista delle cose da fare almeno una volta nella vita. Questa è stata l’edizione successiva al vuoto lasciato l’anno scorso dall’attentato sulla Promenade des Anglais, la celebre passeggiata bordo mare il cui struscio folcloristico ne fa la Venice europea. L’atmosfera della serata di apertura era euforica come per una vincita al lotto collettiva. Tra perfetti sconosciuti ci si sorrideva senza motivo o ci si salutava calorosamente ritrovandosi per l’ennesima volta in fila per riempire il gobelet – il boccale riciclabile con il logo della manifestazione. 

Il festival si è tenuto da lunedì 17 a sabato 21 luglio, io presente solo alle prime due serate. L’inglese era la lingua ufficiale, più del francese, nel pubblico numeroso, un melting pot di amanti della musica o semplicemente bon vivants della stagione estiva, tra i 5 e i 105 anni, che non hanno esitato a mollare i freni inibitori per abbandonarsi a balli e canti sfrenati. Gli avventori di questo festival facilmente hanno voglia di divertirsi, molti sono in vacanza e con l’animo ben disposto anche se non sono intenditori. Ma forse proprio in virtù di questa eterogeneità, si respirava democratico rispetto per tutti gli artisti, dai più ‘pop’, ai quali è riservata la scena di place Masséna, a quelli del Théâtre de Verdure che ospita le performance più in linea con l’anima jazz del festival. 



Headliner delle mie due serate sono stati Herbie Hancock, direttore artistico di questa edizione del festival, e Ibrahim Maalouf, trombettista e pianista francolibanese popolare in Francia al pari forse di un nostro Jovanotti. Mi sono compiaciuta del fatto che le persone abbiano prestato a tutti i musicisti la stessa attenzione mista a gratitudine. Di fronte a Hancock si è ancheggiato quasi come con i De La Soul che l’hanno preceduto sulla scena Masséna. Loro hanno scosso la piazza con una dignitosa carica da navigati MC, Hancock l’ha ipnotizzata con la sua bravura. E cosa dire a Maalouf. Mi è sembrato geniale, ha portato in palmo di mano tutta l’emotività che il pubblico scalpitava per far scorrere a fiumi. Il medioriente in rivoluzione attraverso suggestioni di energia elettronica in stile M83.


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Per quanto riguarda le altre esibizioni, la britannica Laura Mvula ha tenuto grande presenza scenica anche quando è scesa dai trampoli che la ingessavano un po’. Si muove in un terreno vasto di orchestrazioni che attingono tanto dal gospel quanto dal pop barocco o da quello elettronico alla Imogen Heap. Ma la sensazione è di non avere capito benissimo quello che ho ascoltato. Invece ho inteso bene il bravo ed esageratamente bello Roberto Fonseca, pianista cubano che ricordavo già dall’edizione di due anni anni fa, quando si era esibito con Fatoumata Diawara. Sono riuscita a seguire solo un paio di pezzi latin jazz e mi è sembrato un ottimo intrattenitore.



E per finire, un coup de foudre per la coreana Youn Sun Nah, che quando parla sembra la nonna di Confucio ma quando canta diventa la tigre della Malesia. A fatica ho abbandonato il suo concerto per raggiungere Herbie Hancock. Nel 2010 ha confezionato una versione di Enter Sandman dei Metallica, con l’accompagnamento del suo storico chitarrista Wolf Wakenius, che mi ha sbloccato tutti i chakra.

Per quest’anno è tutto e non è poco. Grazie della festa, Nizza.


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