Live a Milano – Novembre 2016

Cadono le foglie ma si moltiplicano le serate a Milano. Sulla scia di questo slancio di generosità, inauguro qui uno spazio dedicato ai live. Ho fatto una selezione di 6 concerti che penso valga la pena provare. Mollate netflix, si parte stasera.


Suuns – Mercoledì 2, Biko

Canadesi, krautrockeggianti, da viaggi


Cate Le Bon – Giovedì 3, Magnolia
Visionaria, aerea, a volte canta in gallese

Ilahn Ersahin’s Istanbul Sessions – Venerdì 4, Santeria Social Club
Vibranti, jazzy, cose turco-newyorchesi

Sophia – Lunedì 7, Arci Bellezza
Ancora vivi, struggenti, acustici


Nicolas Jaar – Giovedì 24, Alcatraz
Galvanizzante, under 30, latino

Peaches – Lunedì 28, Magnolia
Su di giri, No Filters, oltre l’house

6 canzoni da Nobel

6 canzoni su 600. La traduzione dei versi alla volemose bene chiaramente è mia.


Bobby Brown Goes Down – Frank Zappa

Se finora abbiamo tifato Frank for President io mi spingo senza indugio fino allo slogan Frank for Nobel. Bobby Brown è il modello del ragazzo americano sportivo e belloccio, il sogno delle cheerleader. In realtà misogino e spocchioso, il suo castello di stereotipi si infrange nel momento in cui incontra Freddie la femminista. Polemica garantita, che in effetti ci fu da tutti i fronti. Era il 1979 e l’album Sheik Yerbouti.

Am I a boy or a lady… I don’t know which (Sono un uomo o una donna… non lo so)


Cuccurrucucú Paloma – Tomas Méndez

Canzone composta nel 1954 dal messicano Tomas Mendez che parla del dolore per la perdita di una persona. Nella versione di Caetano Veloso è ancora più lieve e struggente al tempo stesso. Come valore letterario aggiunto non è da sottovalutare l’onomatopea del verso della colomba (cuccurrucucú).

Juran que esa paloma / No es otra cosa mas que su alma / Que todavía la espera / A que regrese la desdichada (Giurano che questa colomba non sia altro che la sua anima che aspetta ancora che la poveretta ritorni)


 Hejira – Joni Mitchell

Joni è la mia numero uno e sono eccessivamente di parte. Ma non c’è dubbio che i suoi testi siano tra i più zeppi di riferimenti colti dagli anni Settanta a oggi. Peccati originali, re e profeti, anche io che bazzico molto le sue canzoni spesso non ci capisco un emerito. Questo caso invece è alla mia portata. L’Egira è la migrazione di Maometto dalla Mecca a Medina. Composta dopo un viaggio da sola in auto dal Maine a Los Angeles, e già questa è poesia, racconta la magia di certi percorsi con se stessi.

There’s comfort in melancholy / When there’s no need to explain / It’s just as natural as the weather / In this moody sky today (La malinconia ci fa sentire meglio quando non c’è bisogno di spiegare, è semplicemente naturale come il tempo in questo cielo lunatico di oggi)


Hallelujah – Leonard Cohen

No Hallelujah non è di Jeff Buckley ma di Leonard Cohen. Si dice abbia impiegato anni di taglia e cuci per scriverla fino alla sua pubblicazione, nel 1984. Racconta dell’epifania, in quanto manifestazione del ‘divino’, da interpretare come meglio si crede seguendo gli spunti che dà Leonard: sesso, religione e musica.

And even though it all went wrong / I’ll stand before the Lord of Song / With nothing on my tongue but Hallelujah (E anche se tutto è andato storto mi troverò al cospetto del signore della canzone e non potrò dire altro che Hallelujah)


Princesa – Fabrizio De André

Compie vent’anni lo splendore di Anime salve che contiene questo brano scritto con Ivano Fossati (come il resto dell’album). De André aveva il dono di saper raccontare storie illuminandole. In una strofa ti raccontava una parabola e nel passaggio da Fernandinho a Princesa c’è la sacralità della vita.

Nel dormiveglia della corriera / lascio l’infanzia contadina / corro all’incanto dei desideri  / vado a correggere la fortuna


The Revolution Will Not Be Televised – Gil Scott-Heron

Se cresci nel Bronx degli anni settanta con dentro il fuoco dell’azione e della parola insieme non puoi che diventare un’icona. Scrittore, musicista, attivista, sbandato totale, noto per l’uso di spoken word, ovvero poesia su musica. Questa canzone del 1970 coincide con il suo esordio musicale dopo i primi passi da narratore dei diritti degli afroamericani.

The revolution will not go better with Coke / The revolution will not fight the germs that may cause bad breath / The revolution will put you in the driver’s seat (La rivoluzione non andrà meglio con la Coca. La rivoluzione non sconfiggerà i germi causati da una cattiva respirazione. La rivoluzione ti metterà al posto di guida)


David Bowie è e sempre sarà

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Entrando nel MAMbo di Bologna sono uscita dal lutto per David Bowie. Solo allora mi sono accorta che è durato più o meno sei mesi, circa il doppio di quello che si porta per nonni e cognati, leggo su un sito di galateo funebre. Ma non l’ho fatto apposta, è stato un processo del tutto spontaneo dovuto al fatto che quando mi capitava un qualsiasi riferimento a Bowie, un video, un articolo, un amico che commentava l’accaduto, andavo in tilt come quando mi chiedono di fare una divisione a due cifre e non volevo saperne nulla. Un vero rifiuto. E non quello che si oppone alla morte di una persona ma come per la fine di un’idea, che poi è quella su cui si basa l’universo: il concetto di evoluzione. Credo che avrei provato una sensazione simile in occasione della morte di Frank Zappa che però è avvenuta quando ancora le gioie dell’universo zappiano non mi erano note. Senza deviazione dalla norma il progresso non è possibile, diceva Frank. Senza sperimentazione non c’è evoluzione. Si rimane lì sul divano nella comfort zone di sempre che serve solo a stabilizzare l’umore.

In un punto particolarmente affollato del MAMbo, circa a metà del percorso della mostra, da un piccolo schermo una attempata signora parla della sua personale esperienza bowiana al tempo di Ziggy Stardust. Dice una frase tipo una cosa simile non l’avevo mai vista, ha un’espressione vispetta e zampilla quel friccicore delle “prime volte”. Penso che Bowie fosse questo, una continua prima volta, una delle manifestazioni più brillanti, lungimiranti e affascinanti sulle scene degli ultimi quarant’anni del ciclo vitale delle cose che finiscono perché poi ne cominciano altre nuove.


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Nella mostra, il caleidoscopio delle mille identità viene illustrato attraverso un percorso di fasi tematiche, più che cronologiche, con annesse digressioni, ripetizioni, sovrapposizioni. L’approccio non è esattamente lineare ma consente di risalire agli albori dell’infinita produzione di Bowie, ricostruire una rete di interessi e fare piena immersione nelle fonti di ispirazione. Senza dubbio è una mostra ricchissima di materiale ed è sicuramente familiare anche per chi conosce poco l’onorato servizio che Bowie ha reso al mondo. La cosa sorprendente è che ci si emoziona intimamente anche se in realtà non viene tracciato il profilo di un uomo ma quello dell’artista. Si parla poco della sua privata in termini espliciti, più che altro vengono ricordati alcuni dati ma in funzione delle scelte pubbliche. Sembra assurdo dirlo guardando le immagini di David con gli zatteroni e la tutina monospalla di Yamamoto ma tutto questo ha un sapore british, in linea con la compostezza e il rigore di un professionista ma anche con il contegno aristocratico di un “Duca”. Any Fuss, nessun clamore, come aveva chiesto poco prima di andarsene perché voleva essere cremato senza cerimonia funebre.

Arrivata sulla soglia della penultima sala ho avuto la sensazione che non poteva finire così, che quel viaggio di circa due ore e mezza non mi sarebbe bastato. Dal centro della stanza dove si incrociano dei divanetti comodi solo per chi ha le gambe molto lunghe o molto corte, ho lanciato un’occhiata intorno e mi sono trovata circondata da manichini in costume e macroschermi che proiettavano sequenze di concerti. Mi sono seduta tutta storta, ho alzato il volume delle Sennheseir a disposizione dei visitatori e in un fulmine mi sono riconciliata coi divani, con la conclusione di quella mattinata, con il rodimento di non poter fare foto, con il gelo dell’aria condizionata sparata al massimo, con la vita intera fatta di spizzichi e bocconi ben oltre i limiti delle mura del museo. Di fronte a uno che ha regalato al mondo la sua visione speciale dagli occhi diversi.