LA STAGIONE DELL’AMORE di Franco Battiato

Episodio 6

Quante cose vengono e vanno… I soldi, gli amici, la felicità, l’equilibrio. E l’amore, naturalmente. La nostra esistenza è fatta di cicli che si ripetono, proprio come le stagioni di cui parla Franco Battiato.

Autunno, inverno, primavera, estate, queste sono le 4 stagioni che si alternano nel corso dell’anno. In questo momento, mentre sto parlando, siamo in pieno inverno. Fuori fa freddo e piove ma subito dopo arriverà ancora la primavera, torneranno le foglie sugli alberi e si apriranno nuovi fiori. Ancora una volta tornerà la stagione dell’amore.

La stagione dell’amore viene e va
i desideri non invecchiano quasi mai con l’età
se penso a come ho speso male il mio tempo
che non tornerà, non ritornerà più
La stagione dell’amore viene e va
all’improvviso senza accorgerti la vivrai, ti sorprenderà

Quindi, Battiato ci dice che da un lato abbiamo il passare del tempo che non torna indietro e noi invecchiamo. Ma dall’altro abbiamo i desideri che non diventano vecchi. Al contrario ritornano e ci sorprendono.

Questa canzone fa parte di un album che si intitola Orizzonti perduti ed è il tredicesimo di Franco Battiato, pubblicato nel 1983. Musicalmente è un disco essenzialmente elettronico fatto di canzoni brevi con una struttura simile. Il suono metallico dei sintetizzatori entra in contrasto con le parole di queste canzoni che fanno riferimento a temi profondi, meditativi e filosofici.

Questa era la caratteristica principale del linguaggio di Franco Battiato che fondeva pop e trascendenza. In genere Battiato usa una lingua culturalmente elevata, spesso poco immediata e molto stratificata. In questa canzone, al contrario, il linguaggio è più semplice e diretto ma certamente non è banale.

Un’ultima notizia di tipo, diciamo, bio-geografico, attraversa questo disco. Si tratta del contrasto tra il sud e il nord d’Italia, in particolare tra la magica Sicilia, la terra d’origine di Franco e Milano, la città dove Franco abitava quando ha scritto queste canzoni. Luogo di alienazione e artificio cosmico.

TAG: Livello A2/B1, le stagioni, l’amore non ha età

NOTA BIOGRAFICA: Franco Battiato è nato nel 1945 in Sicilia. È stato uno sperimentatore fin dagli anni 70. Poi, nel 1981 l’album La voce del padrone riceve un successo notevole di pubblico e vendite. Battiato diventa un punto di riferimento per molti musicisti e intellettuali. Maestro di sonorità ricercate che si muovono tra componimenti sinfonici, musica sacra e pop, Franco Battiato è una figura unica nel panorama italiano. Nel 2003 è stato anche regista del film Perdutoamor. Questa è solo una sintesi estrema di una carriera ricchissima durata fino al ritiro dalle scene nel 2019, due anni prima della sua morte.

LA GATTA di Gino Paoli

Episodio 5

Questa canzone comincia come una storia per bambini:
C’era una volta gatta che aveva una macchia nera sul muso. L’effetto visivo è immediato, immaginiamo subito quel muso, cioè quel naso colorato di nero.

C’era una volta una gatta
che aveva una macchia nera sul muso
e una vecchia soffitta vicino al mare con una finestra a un passo dal cielo blu

Il testo della canzone è autobiografico, cioè racconta un episodio della vita del suo autore Gino Paoli. Siamo nella casa di Gino a Genova, la sua città di origine, precisamente nel borgo marinaro Boccadasse dove abitava con sua moglie e la gatta di nome Ciacola. Gino parla di una soffitta, cioè una casetta all’ultimo piano, sotto il tetto, quel tipo di casa poco confortevole dove abiti quando sei un giovane artista all’inizio della carriera e senza soldi in tasca…

Se la chitarra suonavo
La gatta faceva le fusa
Ed una stellina scendeva vicina, vicina Poi mi sorrideva e se ne tornava su

Gino suonava la chitarra e la gatta era contenta, faceva le fusa, cioè quel suono che fanno i gatti quando sono felici, tipo prrrrrr. La situazione era semplice ma tanto magica che una piccola stella scendeva dal cielo per un momento.

Poi lo scenario cambia bruscamente, Gino va ad abitare in un altro quartiere e cambia casa:

Ora non abito più là,
tutto è cambiato, non abito più là, ho una casa bellissima, bellissima come vuoi tu…

Però, la nuova casa bellissima non è sufficiente per essere felici. Gino continua a pensare alla soffitta vicino al mare e alla gatta con una macchia nera sul muso.

Ma, io ripenso a una gatta
che aveva una macchia nera sul muso, a una vecchia soffitta vicino al mare con una stellina, che ora non vedo più…

Tag: Livello A1/A2, tempo imperfetto, gatti, Genova

Nota biografica: Gino Paoli è uno dei cantautori più famosi della generazione che ha esordito negli anni 60 e fa parte della scuola genovese insieme a Bruno Lauzi, Luigi Tenco. Nelle sue canzoni parla di intimità e d’amore in maniera non convenzionale e si occupa poco di politica, come al contrario aveva fatto Fabrizio de André per esempio, il più giovane del gruppo dei genovesi. Gino ha avuto una vita molto tormentata, piena di successi ma anche di momenti di grande dolore personale che l’hanno portato a prendere delle pause dalla scena musicale.

LA LEGGERA di Ginevra di Marco

Episodio 4

Questa canzone fa parte della tradizione popolare italiana dell’inizio del 900, in particolare dell’Italia del centro e del nord. Infatti, racconta il viaggio dei lavoratori stagionali che dall’Appenino dell’Emilia Romagna andavano a lavorare in Toscana, nella campagna del sud della regione che si chiama Maremma. Il treno che li portava era chiamato la Leggera perché questa parola, nel linguaggio popolare, significa miseria, povertà. I lavoratori che prendevano questo treno avevano un bagaglio piccolo, leggero, appunto, perché erano poveri, e lavoravano solamente il tempo di una stagione, generalmente la stagione estiva.

In realtà questa canzone ha diverse varianti che fanno riferimento anche ai lavoratori delle miniere e a quelli delle fabbriche. Possiamo dire, in maniera un po’ generica, che questo canto rappresenta varie classi di lavoratori manuali, dagli operai ai braccianti agricoli.
I braccianti, in particolare, prendono questo nome perché lavoravano con la forza delle loro braccia nei campi agricoli. Anche adesso usiamo la definizione braccianti, ma in Italia queste persone sono soprattutto straniere, arrivano da altri paesi, per esempio dall’Africa o dall’est dell’Europa. Sono i migranti che lasciano le loro case e le loro famiglie perché cercano fortuna e un futuro migliore. Ma che, sfortunatamente, spesso trovano solo più disperazione di quella che hanno lasciato nella loro terra.

Esistono tante versioni di questo canto popolare. Questa che ascoltiamo insieme è cantanta da Ginevra di Marco, una delle interpreti più interessanti e raffinate della scena musicale italiana. Ginevra ha cominciato la sua carriera negli anni 90 ed è stata la voce di un gruppo molto simbolico del rock alternativo italiano, i CSI, un acronimo che significa Consorzio Suonatori Indipendenti.

Ma in realtà la prima versione della Leggera è stata diffusa da una cantante della generazione precedente che si chiamava Caterina Bueno. Caterina non era solo una cantante ma lavorava anche come etnomusicologa. Negli anni 60 è andata in giro per l’Italia rurale e contadina a raccogliere testimonianze della cultura musicale della gente comune. Entrambe, sia Caterina sia Ginevra, vengono dalla Toscana e questa canzone appartiene alla loro cultura. Alcune parole di entrambe le versioni sono in dialetto toscano ma la maggior parte delle parole è in italiano e possimo facilmente provare a capirle.

La canzone attraversa tutti i giorni della settimana, dal lunedì alla domenica. Ogni giorno c’è un buon motivo per non avere voglia di andare a lavorare.

Il lunedì la testa mi vacilla

Oi che meraviglia non voglio lavorar

Il martedì poi l’è un giorno seguente

Io non mi sento di andare a lavorar

E così via, fino ad arrivare alla domenica, il giorno della paga da parte del padrone. Però quando il padrone arriva, è arrabbiato e alla fine non paga il povero lavoratore. Restano la delusione e la miseria ma anche il sarcasmo, la voglia di cantare e di prendere in giro il padrone (o possiamo dire, in maniera politicamente scorretta, di mandare il padrone a quel paese).

Insomma, dopo un centinaio di anni la storia si ripete, soprattutto per certi lavori manuali e meno protetti dalle garanzie dei contratti. Il lavoro nei campi agricoli è la nuova forma di schiavitù. Chissà se i braccianti degli anni 2000 hanno ancora voglia di cantare…

TAG: Italiano livello A2/B1, giorni della settimana, lavoro agricolo, migranti

NOTA BIOGRAFICA: Ginevra di Marco è una cantante fiorentina nata nel 1970. Ha cantato con i CSI in tutti gli album in studio e nei tour. Nel 1999 ha debuttato da solista con l’album Trama Tenue. Sono seguite moltissime collaborazioni, da Cristiano Godano a Max Gazzè a Cristina Donà, fino addirittura alla scienziata Margherita Hack e allo scrittore Luis Sepulveda. Nel 2017 ha pubblicato l’album La Rubia canta la Negra, dedicato a Mercedes Sosa, la cantora dell’America Latina simbolo della lotta per i diritti civili dell’Argentina.

CARA ITALIA di Ghali

Episodio 3

Esiste una parola che non cambia in altre lingue, se non per le rispettive pronunce, si tratta del termine diaspora che deriva dal greco e significa dispersione, nello specifico dispersione di un popolo in diverse aree geografiche del mondo. Ghali Amdouni, conosciuto da tutti solo come Ghali è uno dei rappresentanti più famosi dei figli della diaspora in Italia.

I figli della diaspora in Italia non sono ancora molti, anche se alcuni hanno già raggiunto un successo enorme. Pensiamo a Elodie, Mahmood, Rancore, per citare solo alcuni nomi nel campo della musica. Infatti, diversamente da altri Paesi europei come la Francia o il Regno Unito, l’Italia ha una storia di immigrazione più recente. Qui da noi si parla ancora di seconde generazioni mentre altrove si è già arrivati alla terza quarta quinta, eccetera eccetera.

Un po’ italiano un po’ tunisino, canta Ghali in Cara Italia.
Quando mi dicono vai a casa, io rispondo sono già qua. Io TVB cara Italia, sei la mia dolce metà

E infatti Ghali è nato a Milano nel 1993 da genitori entrambi tunisini. La mamma è arrivata in Italia negli anni 80 e qui ha conosciuto il papà di Ghali ma le difficoltà della vita hanno portato il padre a finire in prigione e la mamma ad ammalarsi di tumore a soli 38 anni. Ghali è legatissimo a sua madre che praticamente l’ha cresciuto da sola. In italiano potremmo chiamarla una ragazza madre. Lei è molto presente sui profili social del figlio ed è presente anche nei versi di questa canzone.

In Cara Italia, a un certo punto Ghali dice, rivolto probabilmente alla sua nuova ragazza: se non piaci a mamma tu non piaci a me. In questo atteggiamento mammone, riconosciamo al cento per cento lo stereotipo dell’uomo italiano medio.

Il testo di Cara Italia fa riferimento poi anche a Baggio, il quartiere in cui Ghali è cresciuto e che si trova nella periferia ovest della città di Milano, non troppo lontano da zone di terreni agricoli ma anche dallo stadio San Siro. Oltre a Baggio, ci sono anche riferimenti alla Darsena, cioè il porto artificiale di Milano meglio noto come i Navigli. Un po’ come tutti i porti del mondo anche i Navigli sono un luogo di mescolanze culturali.

Il tuo telefono forse non prende nell’hinterland. Finiti a fare free style su una zattera in Darsena, la mia chat di whatsapp sembra quella di Instagram, amore e ambizione già dentro al mio starter pack

In conclusione, nelle parole di questa canzone potremmo leggere amore per le radici e ambizione verso il superamento dei confini. In questo senso Cara Italia è un vero inno generazionale. Un omaggio al concetto di identità come inclusione e non come esclusività.

Tag: Lingua italiana livello intermedio A2/B1, diaspora, seconde generazioni, Baggio

SPLENDIDO SPLENDENTE di Donatella Rettore

Episodio 2

Questa canzone è del 1979 ma sembra scritta ieri. Sembra giovane come la cantante Donatella Rettore che all’epoca aveva 24 anni. Donatella voleva fare il patto con il diavolo e restare per sempre splendida. È proprio questo il tema del testo di Splendido splendente, la chirurgia estetica, l’eterna giovinezza e anche la fluidità di genere. Che dire? Più attuale di così è impossibile.

Già dalle prime parole, il protagonista è il bisturi, quello strumento che taglia la pelle usato in chirurgia. Personalmemente mi fa paura anche il solo pensiero… Ma Donatella dice

Io ci credo ciecamente

anestetico d’effetto

e avrai una faccia nuova

grazie a un bisturi perfetto

La chirurgia plastica è vecchia quasi come il mondo. Se ne parlava nei papiri egizi e nei testi in sanscrito dell’antica India. Gli indiani erano dei veri maestri nello staccare e riattaccare i nasi. Gli italiani ripresero proprio la tecnica indiana e crearono nel 1400 quello che si chiama il metodo italiano.

Ma, per tornare a tempi più recenti e al nostro testo, Donatella era ossessionata dall’aspetto fisico. Ha raccontato lei stessa in un’intervista che in quel periodo era piena di insicurezze a causa dei suoi difetti. Per questo scriveva delle parole in cui la chirurgia sembrava l’unico modo per arrivare ad accettarsi.

Sono splendida splendente

io mi amo finalmente

ho una pelle trasparente

come un uovo di serpente

uomo o donna senza età

senza sesso crescerà

Esiste una piccola perla della carriera di Donatella Rettore, poco conosciuta al grande pubblico che è il suo unico film da protagonista Cicciabomba, datato 1982. Il titolo è già tutto un programma, potremmo definirlo un cult del bodyshaming. Nella pellicola troviamo addirittura la partecipazione di una grande attrice teatrale che si chiamava Paola Borboni e anche di Anita Ekberg, la mitologica bionda che si tuffa nella Fontana di Trevi nel film 8 e mezzo di Federico Fellini.

NOTA BIOGRAFICA: Donatella Rettore è nata a Castelfranco Veneto nel 1955. Da bambina, a 10 anni, ha già il suo primo gruppo musicale, i Cobra. Partecipa per la prima volta a Sanremo nel 1974 ma la sua partecipazione non lascia il segno. Però negli anni successivi riscuote un certo successo nel nord Europa. In Italia invece la fama arriva solo con Splendido Splendente e da quel momento diventa un’icona trasgressiva e ironica, fino a oggi che è ancora sulle scene. Nel suo repertorio, Donatella ha anche una canzone scritta da Elton John dal titolo Remember.

TAG: Italiano livello intermedio B1/B2, chirurgia estetica, pop italiano

6 canzoni italiane

 

Giuliano Dottori – Estate

Come dire: a un certo punto dovrà girare questa ruota. E nell’attesa della bella stagione sono nati gli album L’arte della guerra Vol. 1 e Vol. 2, dopo l’esperienza da chitarrista nei milanesi Amour Fou e grazie al crowdfunding su Musicraiser. L’Arte della Guerra è quella dei precetti dello stratega militare cinese Sun Tzu: Con ordine, affronta il disordine; con calma, l’irruenza. Ma attenzione: In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro e quelle imprevedibili alla vittoria. Questo perché: Una volta colte, le opportunità si moltiplicano.


Bugo – Vado ma non so

Biagio Antonacci + 883 + Vasco Rossi = Cristian Bugatti, cioè Bugo, from San Martino di Trecate. Canzone e video sono splendidamente tamarri sulla falsariga di quel rock melodico degli anni 80. Da sempre graffiante e dissacrante, Bugo è la figura clownesca che spalanca un sorriso con la malinconia negli occhi. E io credo nel Bugo sentimentale che quegli esempi li ha masticati – anche per questioni anagrafiche – e risputati fuori dall’anima.


Iosonouncane – Buio

Il ritorno del prog sulla scena musicale internazionale ha il sapore di rivincita del contatto fisico sulla miseria di quello virtuale. Ne sono entusiasta. Mettersi comodi e perdere le coordinate spazio-temporali nei 10 minuti di un brano è vitale. Jacopo Incani ha lavorato per lungo tempo nella sua Sardegna d’origine e ha generato un concept album esistenzialista e materico che non ha limiti: DIE, come giorno in sardo e morire in inglese.


Rachele Bastreghi – Il ritorno

Nel 2015 si è presa una pausa dai Baustelle per pubblicare un EP, Marie, che sta portando in tour per l’Italia in queste settimane. Categoria: stile. Ambientazione: anni 70. Il ritorno ha quel potere evocativo dei classici francesi, un po’ alla Une belle histoire – adattata in italiano da Califano con il titolo Un’estate fa – e una vaga sensualità-gainsbourg (pienamente caldeggiata invece in Mon petit ami du passé). Rachele bella e brava.


Motta – Prima o poi ci passerà

Il punto è che se inizi ad ascoltare Francesco Motta non smetti più. Ti frega un meccanismo ipnotico che sull’entrata progressiva degli strumenti costruisce una spirale di suono e suggestioni. Poi si respira quella freschezza che altro non è che talento. Di non passare per copia di qualcun altro, per esempio. E di farsi aiutare dalla produzione di Riccardo Sinigallia senza il quale probabilmente non ci sarebbero neanche le belle linee di basso di Laura Arzilli (ex Tiromancino).


Thegiornalisti – Tra la strada e le stelle

Sarà per dovere di cronaca musicale che i romani Thegiornalisti omaggiano nelle loro canzoni i grandi della musica leggera italiana. In Fuoricampo, terzo album uscito nel 2014, era il binomio Dalla/Stadio (Promiscuità), ma questa volta la versione Venditti mi convince di più. Immagino già l’estate 2016 passata a cantare il ritornello di questo singolo guardando fuori dai finestrini mentre Tu vai in giro la sera in cerca della gente come te. Ci vorrebbe un amico?