Musica + Libri #2 – ‘Diario del Rolling Thunder (Dylan e la tournée del 1975)’ di Sam Shepard

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Sam Shepard, Diario del Rolling Thunder, 2005 – fotografie di Ken Regan

È qualche anno che questo libro viene sospinto su e giù per gli scaffali della mia libreria dall’arietta di reticenza che nutro da sempre verso Bob Dylan. Me lo sono accaparrato nel periodo in cui collaboravo con le edizioni Cooper – pace all’anima loro. Stavolta lo tengo serrato tra le mani. Sono banale, è una conferma. Dopo tutti i fatti belli e brutti dell’ultimo anno, i protagonisti di queste pagine sono balzati alle cronache e ho voglia di spremerli un po’.

Il Diario del Rolling Thunder è il racconto del leggendario tour che Bob Dylan fece nell’autunno del 1975 secondo il punto di vista di Sam Shepard, autore e attore dalle molteplici risorse e bellezze. Dylan lo ingaggiò per scrivere un fantomatico film che infatti non vide mai la luce, almeno non nella formula pensata in origine, con i dialoghi scritti da Shepard e tutto il resto a marchio Dylan. Il tour fu concepito come una specie di spettacolo circense, un varietà da portare in giro negli stati americani che formano il New England (patria dei Padri Pellegrini) e vi prese parte un’infilata di nomi da restare a bocca aperta. Eravamo Bob Dylan, T-Bone Burnett, Joan Baez, Joni Mitchell, Muhammad Ali, Allen Ginsberg, Arlo Guthrie eccetera eccetera… 

Sarà pure un resoconto frammentario che rincorre contingenze e stravaganze di una carovana di matti, come annuncia Shepard stesso nell’introduzione, ma indubbiamente questo libro riesce a comporre un quadro vivissimo della generazione di artisti che hanno fatto, ma anche combattuto, la storia durante i mitici anni sessanta e settanta. Un ritratto coeso e tanto ricco di suggestioni e sfumature da rendere lampante il perché allora l’autore fosse acclamato come enfant prodige della scrittura teatrale. C’è lo scetticismo dello Shepard cowboy da un lato, all’inizio, quando nel pieno del trasloco nel suo ranch in California viene reclutato per entrare nel tour. C’è la gigantografia di Dylan dall’altro, con i suoi capricci da star e le smanie di anticonformismo (come la scelta di suonare nelle piccole sale da concerto). È già il Dylan arcinoto per essere un grande bluff e più Shepard procede confuso e straniato in questa avventura più Dylan governa la scena con pieno controllo delle sue ambiguità. 

Il filtro dell’autore è una lente che rivela con naturalezza e schiettezza. Ha la capacità di infilarti nei suoi panni da cronista che si sta immergendo nell’esperienza. “Mi sento tipo ‘ci sono!'” esclama quando si trova per la prima volta di fronte ai personaggi coinvolti nel tour, “Una band che a vederla non ti puoi sbagliare: è una collezione, in cui a ogni singolo elemento si potrebbe costruire attorno un’intera band”. Esserci significa anche cercare un posto nella storia “Non è una delle tante tournée di musica, bensì un pellegrinaggio. Stiamo cercando noi stessi da qualche parte.” Tra il passato folle ma strutturato di un’America cieca e un presente che fugge.

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Poi c’è la musica, e ancora di più in questo caso ci sono i testi e le storie che raccontano. Il Rolling Thunder è il tour di Desire, l’album della canzone dedicata all’ex pugile ingiustamente accusato di omicidio, canzone che domina la tappa del Madison Square Garden di New York nota come la notte di Hurricane. Il luogo è in controtendenza con il basso profilo tenuto finora ma è una scelta d’eccezione per celebrare i diritti umani, la gente senza la quale tutto questo non esisterebbe, le persone comuni che fanno vite parallele, vedi i poliziotti in servizio che Dylan neanche lo riconoscono. E poi c’è anche Sara, che ho ascoltato mentre scrivevo queste righe pensando quello che penso sempre di Dylan, cioè che io non la reggo questa voce piena di sé. Poi, però, continuando a scrivere l’ho fatta ripartire altre tre volte e ho immaginato Shepard e Dylan incontrarsi nelle loro visioni.“Una cosa che mi colpisce delle canzoni di Dylan è la loro capacità di evocare immagini, scene intere che si materializzano in modo vivido mentre uno ascolta… Sarei curioso di sapere se in A simple twist of fate c’è qualcuno che vede lo stesso piccolo parco piovoso e la stessa panchina e la stessa luce gialla e la stessa coppia di persone che vedo io. O la stessa spiaggia in Sara; oppure lo stesso bar in Hurricane… Come fanno le immagini a diventare parole? Viceversa, come fanno le parole a diventare immagini? E come fanno a comunicarti qualcosa? È un miracolo.”