Musica + Libri #3 – Girl in a Band di Kim Gordon

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Kim Gordon, Girl in a Band, 2015

Ho letto questo libro a più riprese senza mai perdere il filo, ritrovandomi facilmente nel punto in cui l’avevo lasciato. L’autobiografia della ‘ragazza nel gruppo’ non passa inosservata all’immaginario del pubblico appassionato di cultura musicale e, in generale, curioso della scena alternativa americana degli anni ’80 e ’90. Per chi la conosce già almeno un po’, Kim Gordon è l’emblema femminile del post punk, ‘la’ bassista del noise. In queste pagine, però, si trova di più rispetto rispetto alle etichette: c’è il racconto di una vita dedicata all’arte, dispiegata a 360 gradi tra danza, arti visive, musica. E anche se a volte le correnti alternative si intrecciano a mode e mainstream in una contaminazione reciproca che non sempre dà frutti succosi, qui io sospendo il giudizio perché questa è un’altra faccenda. Una cosa che ho apprezzato di Girl in a Band è lo spirito interventista che lo pervade, nel senso costruttivo, si intende. Della serie l’importante non è solo esserci ma anche provarci. 

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New York, 1980

Già durante gli anni della scuola superiore negli ambienti della middle class di Los Angeles, la vita di Kim è una rincorsa alle emozioni forti. Mentre si barcamena nel difficile rapporto con l’amato fratello Keller, affetto da schizofrenia, l’adolescente Kim non perde occasione per promuovere iniziative di piccola avanguardia in difesa delle diversità e contro gli stereotipi. Con il fidanzato dell’epoca si esibisce pubblicamente in coreografie ‘narrative’ sulle canzoni di Frank Zappa, dalla dubbia riuscita artistica ma azzeccate per smuovere le coscienze. Negli anni, Kim si scaglia contro l’empowerment femminile, il concetto di ‘potenziamento’ delle donne che alla fine non è altro che un’aspirazione di matrice maschile. Ma le donne non sono già abbastanza potenti secondo la loro natura? – suggerisce Kim. Cosa può portare di buono l’imitazione del modello maschile? Il capitolo sull’infelice e breve vita di Karen Carpenter (cantante e batterista del duo The Carpenters) è toccante e veicola appassionatamente i concetti chiave della visione di Kim Gordon sulla questione femminile.

La stessa determinazione è evidente nelle righe dedicate alla demolizione dell’ex marito Thurston Moore, che serpeggiano già dalle prime pagine del libro ma si rivelano apertamente verso la fine. Non ci sono sconti né santi protettori per la hall of fame. Le rockstar si incasinano come noi e se vengono ferite si vendicano pari pari anzi peggio, perché la loro piazza pubblica è molto più grande e crudele.

Della storia tra Kim e Thurston, comunque, nonostante la batosta ancora calda, emerge il ritratto affascinante di una vita di aneddoti che coinvolgono tanti personaggi della scena di quegli anni, da Kurt Cobain a Spike Jones e Sofia Coppola ai Beastie Boys, per dirne alcuni. È strano, per esempio, percepire da parte di Kim lo stesso grado di tenerezza per sua figlia Coco che per Kurt Cobain. Anche perché la tenerezza non è esattamente di casa in queste pagine, anzi. Il taglio del racconto è ruvido, spesso severo. Una mattina di pochi giorni fa uno sconosciuto in metropolitana vedendomi leggere mi ha sorriso un po’ piccato: Certo lei è fredda in questo libro e che brutta fine… Vero, ho detto io, ma a volte ci sono cose più importanti, più urgenti… (Di quello che gli altri si aspettano da noi, ho pensato ma a quel punto ero già su un altro binario).

If you want me to
I will be the one
That is always good
And you’ll love me too
But you’ll never know
What I feel inside
That I’m really bad
Little trouble girl 

 

Ragazze, facciamo la storia?

 

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Che sollievo, ogni tanto la ruota gira e anche per chi in genere non conosce i riflettori arriva il momento di vivere il proprio quarto d’ora di gloria. Questa volta è andata bene per Tornareccio, un paese nella provincia di Chieti, in Abruzzo. Non ci speravo l’anno scorso quando scrivevo un articolo a proposito della Girls Rock Camp Alliance, una vibrante iniziativa nata negli Stati Uniti una decina di anni fa con l’intento di creare una rete di campi scuola musicali per ragazze. Alla base, l’idea che l’educazione musicale sia uno strumento per favorire l’autostima, la collaborazione e il coraggio in un momento tanto significativo e delicato della vita come gli anni tra i 10 e i 13, quando vorresti spaccare il mondo ma hai appena finito di imparare ad allacciarti le scarpe. Ebbene il campo finalmente si farà anche in Italia grazie all’intraprendenza di Hilary Binder, musicista e promotrice culturale di Washington DC che ha già fatto questa esperienza nella Repubblica Ceca e ha l’aria di sapersi muovere. Hilary è solare, precisa, attenta e visionaria e l’idea di una iniziativa di questo valore in un luogo dove in genere arrivano meno possibilità è entusiasmante. 

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Nella settimana del Lavinia Rock Camp (dal 3 all’8 luglio, durante il quale, in sintesi, le partecipanti impareranno le basi per formare una band, scrivere una canzone ed esibirsi) terrò un piccolo seminario sul giornalismo musicale femminile, di cui non si parla mai abbastanza. Forse anche perché di fatto c’è meno materia di cui parlare, essendo il mondo della scrittura critica musicale prevalentemente maschile e diciamolo, un filo maschilista. E forse perché alla materia che c’è non viene dato lo spazio che meriterebbe. Ma non mi risulta che le donne siano scarse in quanto a caratteristiche essenziali per esercitare la critica o il giornalismo musicale: competenze, sensibilità, capacità comunicative, profondità di pensiero (per citare La critica musicale di Federico Capitoni). Non sono una fanatica delle distinzioni di genere a tutti i costi, mi piacerebbe che il mondo fosse una palla morbida in cui ondeggiare al ritmo di di One Love, One Heart, ma come non prendere atto che le differenze esistono e allora ciò che di buono si può fare è esaltarle. Sono molto felice di fare parte di questa avventura.
Chiudo con le parole giustissime usate da Daniele Cassandro in un articolo per Internazionale sulla giornalista inglese Sylvia Patterson e in generale sulla scrittura delle donne in ambito musicale.

Ogni autrice ha la sua storia, la sua età, la sua cultura e il suo stile ma in comune vedo alcuni elementi di base. La liberatoria assenza di quella pedanteria enciclopedica che rende sgradevole buona parte del classico giornalismo musicale. E poi una capacità di far entrare nella loro scrittura il dato autobiografico, l’aneddoto personale, in certi casi anche una forma di lessico privato, senza mai cadere nell’irrilevanza e mantenendo salda una lucida visione d’insieme.
Le iscrizioni al Lavinia Rock Camp sono ancora aperte, tutte le informazioni le trovate qui, non perdete l’occasione di segnalare questa possibilità a qualche giovane rocker che vuole spaccare il mondo divertendosi.