6 canzoni italiane

 

Giuliano Dottori – Estate

Come dire: a un certo punto dovrà girare questa ruota. E nell’attesa della bella stagione sono nati gli album L’arte della guerra Vol. 1 e Vol. 2, dopo l’esperienza da chitarrista nei milanesi Amour Fou e grazie al crowdfunding su Musicraiser. L’Arte della Guerra è quella dei precetti dello stratega militare cinese Sun Tzu: Con ordine, affronta il disordine; con calma, l’irruenza. Ma attenzione: In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro e quelle imprevedibili alla vittoria. Questo perché: Una volta colte, le opportunità si moltiplicano.


Bugo – Vado ma non so

Biagio Antonacci + 883 + Vasco Rossi = Cristian Bugatti, cioè Bugo, from San Martino di Trecate. Canzone e video sono splendidamente tamarri sulla falsariga di quel rock melodico degli anni 80. Da sempre graffiante e dissacrante, Bugo è la figura clownesca che spalanca un sorriso con la malinconia negli occhi. E io credo nel Bugo sentimentale che quegli esempi li ha masticati – anche per questioni anagrafiche – e risputati fuori dall’anima.


Iosonouncane – Buio

Il ritorno del prog sulla scena musicale internazionale ha il sapore di rivincita del contatto fisico sulla miseria di quello virtuale. Ne sono entusiasta. Mettersi comodi e perdere le coordinate spazio-temporali nei 10 minuti di un brano è vitale. Jacopo Incani ha lavorato per lungo tempo nella sua Sardegna d’origine e ha generato un concept album esistenzialista e materico che non ha limiti: DIE, come giorno in sardo e morire in inglese.


Rachele Bastreghi – Il ritorno

Nel 2015 si è presa una pausa dai Baustelle per pubblicare un EP, Marie, che sta portando in tour per l’Italia in queste settimane. Categoria: stile. Ambientazione: anni 70. Il ritorno ha quel potere evocativo dei classici francesi, un po’ alla Une belle histoire – adattata in italiano da Califano con il titolo Un’estate fa – e una vaga sensualità-gainsbourg (pienamente caldeggiata invece in Mon petit ami du passé). Rachele bella e brava.


Motta – Prima o poi ci passerà

Il punto è che se inizi ad ascoltare Francesco Motta non smetti più. Ti frega un meccanismo ipnotico che sull’entrata progressiva degli strumenti costruisce una spirale di suono e suggestioni. Poi si respira quella freschezza che altro non è che talento. Di non passare per copia di qualcun altro, per esempio. E di farsi aiutare dalla produzione di Riccardo Sinigallia senza il quale probabilmente non ci sarebbero neanche le belle linee di basso di Laura Arzilli (ex Tiromancino).


Thegiornalisti – Tra la strada e le stelle

Sarà per dovere di cronaca musicale che i romani Thegiornalisti omaggiano nelle loro canzoni i grandi della musica leggera italiana. In Fuoricampo, terzo album uscito nel 2014, era il binomio Dalla/Stadio (Promiscuità), ma questa volta la versione Venditti mi convince di più. Immagino già l’estate 2016 passata a cantare il ritornello di questo singolo guardando fuori dai finestrini mentre Tu vai in giro la sera in cerca della gente come te. Ci vorrebbe un amico?

6 canzoni di amore

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Un medley dolcissimo. Aidan Moffat degli Arab Strap non ha resistito ai poteri dell’amore e ha proposto al bassista Bill Wells di mettere insieme tre canzoni omonime degli anni ’80: The Power of Love di Jennifer Rush, dei Frankie goes to Hollywood e di Huey Lewis & The News (scritta per Ritorno al futuro). La ciliegina sulla torta nel finale è Peter Cetera con The Glory of Love, da Karate Kid II.

The Powers and the Glory of Love – Aidan Moffat e Bill Wells


Prima ancora delle Savages c’erano le Organ, dal Canada. Si sono fatte conoscere con il singolo Brother apparso in un episodio della serie L Word. Peccato ci abbiano lasciato un solo album uscito nel 2004, Grab That Gun, seguito da un colpetto di coda nel 2008 con l’Ep Thieves. Katie Sketch ha una voce che non passa inosservata. Ha fondato il gruppo nel 2001 carica a pallettoni di darkwave e dei suoi beniamini The Smiths.

Love, Love, Love – The Organ


Questa canzone, forse più di altre dello sconfinato repertorio di Bonnie Prince Billy, come una smerigliatrice rimuove tutta la carne in eccesso e arriva diretta al cuore. Vince per due motivi: parla d’amore come se al mondo ci foste solamente tu, lui e gli Appalachi e lo fa tramite la metafora della canzone: You remind me of something / a song that I am and you / and you sing me back into myself. In realtà, a smerigliare bene ci sono altre chiavi di lettura ben ombrose. La voce femminile è di Ashley Webber, ex bassista delle succitate Organ.

You Remind Me of Something – Bonnie Prince Billy (+ Ashley Webber)


Tobias Jesso Jr mi piace anche perché ha imparato a suonare il piano a 27 anni. Ma soprattutto mi riporta a quando a 10 anni mi sono innamorata persa di un ragazzino solo perché sapeva suonare Per Elisa. Canzone, e album d’esordio dell’anno scorso, bellissimi. Oltre al mitico Randy Newman al quale viene spesso accostato, ha qualcosa di Christopher Cross.

Without You – Tobias Jesso Jr


Fiona Apple ha fatto secca una generazione verso la fine degli anni ’90 quando a soli 18 anni esordiva, bella e tormentata. Però in questo video il ruolo di protagonista spetta all’attore Zach Galifianakis (Una notte da leoni). I suoi balletti, imparati in anni di esercitazioni preadolescenziali sui video degli Earth Wind and Fire, fanno sembrare simpatica anche lei. E la canzone con gli alti e bassi, le accelerazioni e dilatazioni è una specie di trailer di una relazione.

Not About Love – Fiona Apple


Gli amanti bisognerebbe legarli a terra per illudersi di averli in pugno. In più, con la leggerezza della produzione di Beck e l’ariosità degli arpeggi in stile Van Morrison si corre davvero il rischio che scappino via come palloncini. Dal vangelo secondo Thurston Moore in pausa dal frastuono della gioventù sonica, che però sempre nei nostri cuori resterà.

Benediction – Thurston Moore


A pesca con John

Nelle mie wish list non manca mai un uomo che mi faccia ridere. Ma cosa succede se ne arriva uno simpatico ma con l’alito pesante o i denti ingialliti o che porta i mocassini senza calze? Una risata potrà seppellire la mancata corrispondenza a certi canoni estetici? Mi prendo del tempo per pensarci.


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Nel frattempo mi concentro su un caso che ci non pone di fronte alcun genere di domande perché è tutto confezionato come neanche avevamo osato chiedere nella lettera dei desideri. Nell’ultima settimana ho fatto una scorpacciata di John Lurie, artista poliedrico e fico epocale. Musicista, attore, regista, pittore, che in ogni cosa con cui si è cimentato ha riempito di verve il suo raggio d’azione. Credo che se glielo chiedessi saprebbe improvvisare le polpette di mia nonna.
Tra le sue prove d’attore ce n’è una particolarmente calzante, come il sugo su quelle polpette. Nel primo lungometraggio di Jim Jarmusch datato 1984, Stranger than Paradise, John ha il ruolo di un hipster di origini ungheresi trapiantato a New York, dove vive di espedienti con l’amico Eddie (interpretato da Richard Edson allora fresco di una breve militanza come batterista dei Sonic Youth). La trama del film è ridotta all’osso, cioè in pratica non succede nulla. I protagonisti guardano la tv e fumano Chesterfield. L’alienazione. Si indagava il nulla e così facendo si indagava tutto, parafrasando più o meno Jarmusch.
In quel vuoto pneumatico Lurie ha l’aria stralunata di uno che passava di lì e al tempo stesso è imponente come un totem che sprigiona afflato divino da tutti i pori. C’è qualcosa di magico nel film. Non a caso nella colonna sonora, firmata da Lurie, il vero tormentone è I put a spell on you di Screamin’ Jay Hawkins.


Da quella prova in poi sono passati altri film di riferimento generazionale (Down by law, Paris Texas, Cuore selvaggio, Smoke) e altrettanta musica. Una decina di album con il suo gruppo di jazzisti punk Lounge Lizards   con Arto Linsday alla chitarra – e svariati lavori da solo, molti per colonne sonore degne di nota, con una nomination Grammy per quella di Get Shorty.


Poi ho scoperto che John ha anche provato a fare il pescatore. Adesso, io sono vegetariana ma come si dice, stai a guardà il capello. Ho dei dubbi che questa cosa dei pesci gli sia riuscita ma nella stagione 1991-1992 ne ha approfittato per dirigere Fishing with John, una serie tv che invece è andata alla grande ed è diventata di culto negli Stati Uniti. Sei episodi di surreale docu-fiction in cui John se ne va a pesca dalla Thailandia alla Costa Rica in compagnia di amici celebri: Jim Jarmusch, Willem Defoe, Matt Dillon, Tom Waits, Dennis Hopper. Come si direbbe nella Genesi, vacche grasse.
Life is so beautiful. Every breath, everyday of our lives… ahhh fishing! chiosa la voce narrante fuori campo di Robb Webb, superba trovata umoristica. John e i suoi compari appaiono proprio scemi, e sappiamo che un po’ ci fanno ma un po’ ci sono. A momenti sembrano impacciati, fanno sorridere mentre si muovono sulla narrazione infarcita di citazioni nonsense, paradossi e drammatizzazioni epiche. Personalmente ho una preferenza per l’episodio nel Maine con Willem Defoe.
La cosa che davvero mi piace di questa serie, però, è la lentezza. I tempi comici sono lontani dallo stereotipo della serie comica tutta gag e risate fuori campo. Siamo cullati dalla bassa marea (si pesca con la bassa marea?), si osserva e si aspetta come pescatori. Il ritmo assomiglia a quello dei brani di The Invention of Animals della John Lurie National Orchestra, che sono stati pubblicati solo due anni fa ma che costituiscono materiale registrato a suo tempo proprio per Fishing with John.

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Da una decina di anni John Lurie si sta dedicando prevalentemente alla pittura. Lo scorso novembre ha portato i suoi lavori in Italia per la prima volta, con una mostra intitolata Home is not a place. It is something else che sfortunatamente non ho fatto in tempo a vedere. Posso dire però che mi convince il titolo, lo trovo perfetto per un outsider come lui. E aggiungendo una delle cose più banali che abbia detto nell’ultima mezz’ora, amo questi uomini divertenti, che hanno quel modo di farti ridere e capaci di fare quelle polpette.