6 canzoni di coppie

Damon And Justine

Damon Albarn e Justine Frischmann – Foto qui


Vowel Movements – The Evens

Siamo un po’ figli della straight edge: salutisti e animalisti ma sempre rocknrollisti. Dunque figli di Fugazi e Minor Threat che la filosofia straight edge l’hanno creata, nonostante poi abbiano fatto scelte di proselitismo poco straight e vagamente intolleranti. Ma il frontman di quei gruppi, Ian MacKaye, insieme a sua moglie Amy Farina, batterista, si sono poi riscattati con una linea di condotta più esemplare: una canzone sulle vocali. Il committente è Pancake Mountain, una trasmissione tv per bambini rock-friendly (If Fellini and Monty Pyton decided to make a kid’s show…) che ha coinvolto una nutrita lista di rockstar come Eddie Vedder, Bright Eyes, White Stripes. Amy e Ian si sono conosciuti a Washington nei primi anni novanta e non si sono mollati più, prima da amici mentre lei suonava nella band del fratello di lui, poi come amanti. Infine anche come The Evens, mentre Ian metteva in standby i Fugazi.



Summer Wine – Nancy Sinatra, Lee Hazlewood

Nancy Sinatra e Lee Hazlewood nel 1967 raccontavano questa storia: lui e lei si incontrano, lei gli offre una sangria molto carica che gli fa perdere la brocca e, una volta tolti gli speroni d’argento, via con le danze (e con i soldi di cui lei lo deruba). Strawberries, cherries and an angel’s kiss in spring / My summer wine is really made from all these things. Impossibile rifiutare un’offerta così. Allusioni erotiche? Rimandi a qualche droga? Quando Lee è entrato nella vita di Nancy le ha stravolto la carriera producendo per lei dei successi naif tagliati su un’immagine sexy. Poi, cosa sia accaduto realmente tra di loro al di là della musica, vai a saperlo, anche qui le ambiguità si sprecano.



Animal lover – Suede

Penso a Justine Frischmann della band Elastica e la stimo. Nel giro di pochi anni ha avuto due relazioni stabili – da prendere con le pinze dati i soggetti – con, nell’ordine: Brett Anderson degli Suede e Damon Albarn dei Blur. Con Anderson è stata fondatrice degli Suede, dopo che si erano innamorati alla facoltà di Architettura di Londra. Poi, ha perso la testa per Damon e per un periodo intorno al 1992 è stata con il piede in due scarpe fino a quando probabilmente Brett le avrà lanciato i vestiti dalla finestra. Sembra che Animal Lover sia stata scritta nel delirio di quella situazione. L’occasione è buona per riascoltare il primo album omonimo degli Suede e per affermare che quando i musicisti soffrono noi godiamo delle loro canzoni.



Krisma – Amore

Prima della svolta punk del 1977 con Chinese Restaurant e di quella elettropop del 1980 con Cathode Mama, i mitici Krisma esordirono nel 1976 con il singolo di erotic-tribal-dance Amore. Il video non ha bisogno di commenti. Già da allora Maurizio Arcieri e la sua ex fan, in seguito moglie, Cristina Moser, erano una coppia di matti. Pionieri e visionari, hanno sempre viaggiato su altri pianeti. Orgogli nazionali.



Beat Boy (Zef Side) – Die Antwoord

Orgoglio sudafricano sono invece i Die Antwoord nelle persone di Ninja, YoLandi Visser e Dj Hi-Tek. Sono tra le massime espressioni di elettro hip hop degli ultimi anni nonché autorevoli portavoce dello zef, controcultura bianca Sudafricana (non razzista), arricchita e coatta, che negli anni sessanta potenziava le auto Ford Zephyr (il nome zef viene da lì) e ora ostenta cattivo gusto ed eccessi. Come avrebbe riassunto Yolandi “Sei povero ma sexy”. Dei Die Antwoord mi ha fatto capitolare anche il rifiuto di aprire i concerti di Lady Gaga nel 2012. Fokken cool.



Low – Murderer

A Mimi Park e Alan Sparhawk dei Low, in coppia anche nella vita, non piace molto che si ricordi il loro essere mormoni ma è inevitabile ascoltandoli, perché un afflato religioso sprigiona da tutti i pori del loro slowcore. Hanno pubblicato una decina di album sussurrando cose profonde e simboliche, come in un confessionale, diventando sempre più bravi a modulare, variare e integrare. In Drums and Guns del 2007, Murderer (inizialmente contenuta nell’ep omonimo del 2003) è una riflessione intensa che affronta il tema delle stragi compiute in nome della fede.



Musica da lavoro

 

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Chissà se davvero La classe operaia va in paradiso, sicuramente ci sarà finito Gian Maria Volonté dopo quella formidabile – l’ennesima – prova di recitazione. Aveva un modo speciale di entrare nei ruoli, totale e devoto. Era sempre un altro, hanno detto. Tutto è politica, diceva. La questione dell’interpretazione in ambito artistico può essere molto controversa se si pensa al messaggio che porta. Mi ha fatto riflettere rivedere il film di Petri, innescando un groviglio di riferimenti musicali, primo tra tutti Working Class Hero del 1970, attacco sferzante di John Lennon ad arrivismo e conformismo. There’s room at the top they are telling you still / But first you must learn how to smile as you kill. Magari Lennon non proveniva proprio dalla classe operaia ma la sua denuncia sembrava sincera. Nove anni più tardi, Marianne Faithfull ha fatto di Working Class Hero una versione radical-spettrale affascinante che si è spinta ancora oltre i limiti del ‘ruolo’ dell’interprete, essendo lei figlia di un professore universitario e di una baronessa austriaca. Nel suo caso erano in ballo, forse, altre problematiche.



Sono convinta che la contraddizione sia vitale. Sul finire degli anni settanta, all’interno del movimento punk faceva secessione l’ala più estrema che ‘veniva della strada’, detta Oi e che si sarebbe delineata poi come skinhead. Lo street punk rivendicava di essere la vera rappresentanza del proletariato inglese. Erano gli anni di ferro del thatcherismo. Come si può ignorare le cose che accadono sotto gli occhi di tutti? Billy Bragg non si è tirato indietro. Più che cantante politico si è autodefinito cronista della realtà:  Well the factories are closing and the army’s full / I don’t know what I’m going to do / But I’ve come to see in the land of the free / There’s only room for a chosen few (To have and to have not, 1984).



Ma fuori dai conformismi, appunto, è onorevole militare ognuno con il proprio stile. Elvis Costello è stato spiazzante con il suo bellissimo debutto My Aim is True nella piena esplosione anarchica del 1977. Un linguaggio ancora più nuovo che rielaborava il rock’n’roll della tradizione in chiave punk, album di rottura e costruttivo al tempo stesso, forse già in vista del post punk, in qualche modo. Elvis giocava sul filo tra vicende personali/amorose e inquietudine collettiva. Welcome to the working week cantava di sera mentre di giorno lavorava come operatore informatico alla Elizabeth Arden di Londra.



Saltando a fatti recentissimi, la cantante M.I.A., inglese di origini tamil, ha appena collaborato con la catena H&M per la campagna pubblicitaria della Settimana Mondiale del Riciclo con la canzone Rewear it. M.I.A. ha scelto una linea di denuncia da sempre. Già il suo nome, Missing In Action (dal gergo militare disperso in missione), è foriero di attivismo. Ancora convinta che la contraddizione sia vitale, ammetto che a volte questa dinamica mi confonde più di altre e questa è una di quelle. H&M è coinvolta nelle indagini sullo sfruttamento del lavoro minorile al cui proposito l’azienda si esprime così ma su cui a oggi non mi risulta ci siano risposte definitive, se non il proposito della multinazionale di alzare il livello di attenzione sulla filiera della produzione. Per il momento penso che M.I.A. imbarcandosi in questa campagna abbia almeno confermato la propensione al coraggio – oltre ad avere tirato fuori, come spesso, una bella canzone. E per quanto riguarda le risposte certe una ce l’ho ed è che certo lavoro ci fa sembrare deficienti.


6 canzoni italiane

 

Giuliano Dottori – Estate

Come dire: a un certo punto dovrà girare questa ruota. E nell’attesa della bella stagione sono nati gli album L’arte della guerra Vol. 1 e Vol. 2, dopo l’esperienza da chitarrista nei milanesi Amour Fou e grazie al crowdfunding su Musicraiser. L’Arte della Guerra è quella dei precetti dello stratega militare cinese Sun Tzu: Con ordine, affronta il disordine; con calma, l’irruenza. Ma attenzione: In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro e quelle imprevedibili alla vittoria. Questo perché: Una volta colte, le opportunità si moltiplicano.


Bugo – Vado ma non so

Biagio Antonacci + 883 + Vasco Rossi = Cristian Bugatti, cioè Bugo, from San Martino di Trecate. Canzone e video sono splendidamente tamarri sulla falsariga di quel rock melodico degli anni 80. Da sempre graffiante e dissacrante, Bugo è la figura clownesca che spalanca un sorriso con la malinconia negli occhi. E io credo nel Bugo sentimentale che quegli esempi li ha masticati – anche per questioni anagrafiche – e risputati fuori dall’anima.


Iosonouncane – Buio

Il ritorno del prog sulla scena musicale internazionale ha il sapore di rivincita del contatto fisico sulla miseria di quello virtuale. Ne sono entusiasta. Mettersi comodi e perdere le coordinate spazio-temporali nei 10 minuti di un brano è vitale. Jacopo Incani ha lavorato per lungo tempo nella sua Sardegna d’origine e ha generato un concept album esistenzialista e materico che non ha limiti: DIE, come giorno in sardo e morire in inglese.


Rachele Bastreghi – Il ritorno

Nel 2015 si è presa una pausa dai Baustelle per pubblicare un EP, Marie, che sta portando in tour per l’Italia in queste settimane. Categoria: stile. Ambientazione: anni 70. Il ritorno ha quel potere evocativo dei classici francesi, un po’ alla Une belle histoire – adattata in italiano da Califano con il titolo Un’estate fa – e una vaga sensualità-gainsbourg (pienamente caldeggiata invece in Mon petit ami du passé). Rachele bella e brava.


Motta – Prima o poi ci passerà

Il punto è che se inizi ad ascoltare Francesco Motta non smetti più. Ti frega un meccanismo ipnotico che sull’entrata progressiva degli strumenti costruisce una spirale di suono e suggestioni. Poi si respira quella freschezza che altro non è che talento. Di non passare per copia di qualcun altro, per esempio. E di farsi aiutare dalla produzione di Riccardo Sinigallia senza il quale probabilmente non ci sarebbero neanche le belle linee di basso di Laura Arzilli (ex Tiromancino).


Thegiornalisti – Tra la strada e le stelle

Sarà per dovere di cronaca musicale che i romani Thegiornalisti omaggiano nelle loro canzoni i grandi della musica leggera italiana. In Fuoricampo, terzo album uscito nel 2014, era il binomio Dalla/Stadio (Promiscuità), ma questa volta la versione Venditti mi convince di più. Immagino già l’estate 2016 passata a cantare il ritornello di questo singolo guardando fuori dai finestrini mentre Tu vai in giro la sera in cerca della gente come te. Ci vorrebbe un amico?

Se piacete alla gente che piace

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Siete al matrimonio di Tom Cruise e Katie Holmes al Castello Orsini Odescalchi di Bracciano. Avete tirato fuori il vestito buono di vent’anni fa e ripetete due mantra: quest’apnea non potrà durare per sempre e stanno messi peggio gli sbandieratori in abiti d’epoca. Mentre pensate con soddisfazione che Jennifer Lopez sia davvero una culona (identico compiacimento per uomini e donne) iniziate a studiare il modo di proporre questo rito breve di Scientology per il matrimonio di vostra sorella. Ma ecco che sta per fare il suo ingresso il dj: Mark Ronson. Ciuffato, faccetta a metà strada tra Kennedy e Pozzi di Happy Days, lui che fa? Si inciucca, mette su il tema di Top Gun e, soprattutto, toppa completamente la playlist infilandoci una canzone tristissima che parla della fine di una relazione. Un personaggio così ti credo che lo invitano sempre. D’altronde, con una coppia di genitori famosi per le loro feste londinesi, Mark non poteva che essere un patentato piacione. A merenda con Sean Lennon e la tisana dolce sonno con la figlia di Quincy Jones.


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Tocca riconoscere però che tra una campagna pubblicitaria per Tommy Hilfiger e una per Fendi, musicalmente ci ha saputo fare. Tra le cose fatte, una veramente giusta: ha prodotto Back to Black di Amy Winehouse. Il conto delle collaborazioni illustri di Mark si fa fatica a tenere ma il mio pallino torna spesso sulla sua raccolta di cover contenuta nell’album Version del 2007. Non che sia tra le sue performance più riuscite ma la – bizzarra – scelta degli originali dà spunti avvincenti. Per esempio, sempre una buona occasione per celebrare Toxic, capolavoro pop del 2003 di Britney Spears, suo maggior successo dopo la hit d’esordio Baby One More Time. Ronson ha stravolto l’effetto fiatone dell’originale e ci ha versato su Martini e R&B. Non ne esiste una versione video ma forse è meglio così, dubito che sarebbe stata in grado di eguagliare lo stile Alias di Britney.



Version propone quest’altra singolarità: Stop Me featuring il crooner australiano Daniel Merriweather, stravolgimento di Stop me if you think you’ve heard this one before degli Smiths precedente di esattamente 20 anni. L’originale ebbe diversi problemi a causa dei riferimenti agli omicidi di massa del testo e mi viene da pensare che la cover sia incappata nella stessa sorte. A me ha fatto l’effetto di una femen vestita. La rivisitazione fa acqua da tutte le parti e il video naufraga, soprattutto se si pensa a quello degli Smiths, dove Morrissey e i suoi compari ciclisti sfoggiano giovinezza e stile abbacinanti. Prevedibilmente la cover non ha ricevuto neanche il plauso da parte dei fan della band di Manchester ma si è piazzata molto bene nelle classifiche.



Ancora in scaletta aggiungo altre due operazioni da quest’album, strane ma non disdicevoli: The Only One I Know dei Charlatans, rifatta da Robbie Williams e Pretty Green dei Jam in versione Santogold.


Calcio e rock’n’roll

 

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A 7 anni giocavo a calcio per rimorchiare nella squadra maschile della scuola elementare. Ero così calata nella parte che le mie lacrime sgorgavano tra il poster di Falcão sul letto e Grazie Roma di Venditti nel giradischi. Poi la fede calcistica è diventata fede musicale e il senso di appartenenza a una squadra si è irreversibilmente sfaldato. Non ho avuto la fortuna di incappare nel gruppo rock del liceo ma mi sarebbe piaciuto essere la girl in a band, per citare Kim Gordon. Non avrei disdegnato neanche fare parte di un gruppo al femminile ma le occasioni erano scarse, anche perché le ragazze generalmente facevano altro. Sarebbe stato bello fare qualcosa insieme a qualcuno e crederci. La cosa in sé mica è un problema, ora che sono adulta. Ma allora il senso di appartenenza valeva di più.


 

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Quando ho letto che Kathleeen Hanna delle Bikini Kill era nel comitato scientifico della Girls Rock Camp Foundation insieme a Beth Ditto dei Gossip mi sono gasata. La Girls Rock Camp Foundation fa parte del circuito Girls Rock Camp Alliance nato nel 2007 a Portland, Oregon ma divenuto poi un network internazionale che include anche stati europei come Germania, Francia, Finlandia, Austria. La missione dell’organizzazione non profit è rafforzare il coraggio e l’autostima delle ragazze attraverso l’educazione musicale, valorizzando il rispetto, la collaborazione e le diversità. Il manifesto è più o meno questo:

We value the power of music as a means to create personal and social change;
We value efforts that actively expand opportunities for girls and women;
We value positive approaches to fighting sexism;
We value integrity, honesty and respect;
We value appropriate sharing of resources, cooperation, and collaboration;
We value using our collective voice to further our mission;
We value diversity.

L’organizzazione dei campi varia da paese a paese – ecco per esempio l’esperienza dell’Iowa – ma tutti condividono l’insegnamento delle basi concrete per diventare musiciste come suonare uno strumento, scrivere una canzone, esibirsi. E in tutti si osserva uno dei capisaldi della filosofia Riot Grrrl: non devi essere tecnicamente perfetta ma cercare di essere coraggiosa.

L’anno scorso, per raccogliere fondi, la Girls Rock Camp Foundation ha creato il Record Remake Project, un progetto fotografico in cui le giovani campers si sono cimentate nella riproduzione di copertine di album celebri. La piccola Debbie Harry di Parallel Lines dei Blondie è Ava, la nipote di Beth Ditto.


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In Italia non mi risulta si sia ancora attivato nessuno per creare la nostra versione di questa iniziativa. Perché? Se le ragazze si divertono e hanno la possibilità di esprimersi, l’occasione è preziosa. La procedura per iniziare un campo è questa. Chi potrebbe essere nel comitato scientifico? Roberta Sammarelli dei Verdena? Le Motorama (raro caso di donne che NON suonano il basso)? Nel frattempo facciamoci ispirare da 6 canzoni di ragazze rock’n’roll.

Girls Like Us – The Julie Ruin


A Raw Youth – Le Butcherettes


Romance – Wild Flag


Pedestrian at Best – Courtney Barnett


Guilty – Honey Bane


Apple Pie – The Cleopatras

6 canzoni di amore

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Un medley dolcissimo. Aidan Moffat degli Arab Strap non ha resistito ai poteri dell’amore e ha proposto al bassista Bill Wells di mettere insieme tre canzoni omonime degli anni ’80: The Power of Love di Jennifer Rush, dei Frankie goes to Hollywood e di Huey Lewis & The News (scritta per Ritorno al futuro). La ciliegina sulla torta nel finale è Peter Cetera con The Glory of Love, da Karate Kid II.

The Powers and the Glory of Love – Aidan Moffat e Bill Wells


Prima ancora delle Savages c’erano le Organ, dal Canada. Si sono fatte conoscere con il singolo Brother apparso in un episodio della serie L Word. Peccato ci abbiano lasciato un solo album uscito nel 2004, Grab That Gun, seguito da un colpetto di coda nel 2008 con l’Ep Thieves. Katie Sketch ha una voce che non passa inosservata. Ha fondato il gruppo nel 2001 carica a pallettoni di darkwave e dei suoi beniamini The Smiths.

Love, Love, Love – The Organ


Questa canzone, forse più di altre dello sconfinato repertorio di Bonnie Prince Billy, come una smerigliatrice rimuove tutta la carne in eccesso e arriva diretta al cuore. Vince per due motivi: parla d’amore come se al mondo ci foste solamente tu, lui e gli Appalachi e lo fa tramite la metafora della canzone: You remind me of something / a song that I am and you / and you sing me back into myself. In realtà, a smerigliare bene ci sono altre chiavi di lettura ben ombrose. La voce femminile è di Ashley Webber, ex bassista delle succitate Organ.

You Remind Me of Something – Bonnie Prince Billy (+ Ashley Webber)


Tobias Jesso Jr mi piace anche perché ha imparato a suonare il piano a 27 anni. Ma soprattutto mi riporta a quando a 10 anni mi sono innamorata persa di un ragazzino solo perché sapeva suonare Per Elisa. Canzone, e album d’esordio dell’anno scorso, bellissimi. Oltre al mitico Randy Newman al quale viene spesso accostato, ha qualcosa di Christopher Cross.

Without You – Tobias Jesso Jr


Fiona Apple ha fatto secca una generazione verso la fine degli anni ’90 quando a soli 18 anni esordiva, bella e tormentata. Però in questo video il ruolo di protagonista spetta all’attore Zach Galifianakis (Una notte da leoni). I suoi balletti, imparati in anni di esercitazioni preadolescenziali sui video degli Earth Wind and Fire, fanno sembrare simpatica anche lei. E la canzone con gli alti e bassi, le accelerazioni e dilatazioni è una specie di trailer di una relazione.

Not About Love – Fiona Apple


Gli amanti bisognerebbe legarli a terra per illudersi di averli in pugno. In più, con la leggerezza della produzione di Beck e l’ariosità degli arpeggi in stile Van Morrison si corre davvero il rischio che scappino via come palloncini. Dal vangelo secondo Thurston Moore in pausa dal frastuono della gioventù sonica, che però sempre nei nostri cuori resterà.

Benediction – Thurston Moore


A pesca con John

Nelle mie wish list non manca mai un uomo che mi faccia ridere. Ma cosa succede se ne arriva uno simpatico ma con l’alito pesante o i denti ingialliti o che porta i mocassini senza calze? Una risata potrà seppellire la mancata corrispondenza a certi canoni estetici? Mi prendo del tempo per pensarci.


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Nel frattempo mi concentro su un caso che ci non pone di fronte alcun genere di domande perché è tutto confezionato come neanche avevamo osato chiedere nella lettera dei desideri. Nell’ultima settimana ho fatto una scorpacciata di John Lurie, artista poliedrico e fico epocale. Musicista, attore, regista, pittore, che in ogni cosa con cui si è cimentato ha riempito di verve il suo raggio d’azione. Credo che se glielo chiedessi saprebbe improvvisare le polpette di mia nonna.
Tra le sue prove d’attore ce n’è una particolarmente calzante, come il sugo su quelle polpette. Nel primo lungometraggio di Jim Jarmusch datato 1984, Stranger than Paradise, John ha il ruolo di un hipster di origini ungheresi trapiantato a New York, dove vive di espedienti con l’amico Eddie (interpretato da Richard Edson allora fresco di una breve militanza come batterista dei Sonic Youth). La trama del film è ridotta all’osso, cioè in pratica non succede nulla. I protagonisti guardano la tv e fumano Chesterfield. L’alienazione. Si indagava il nulla e così facendo si indagava tutto, parafrasando più o meno Jarmusch.
In quel vuoto pneumatico Lurie ha l’aria stralunata di uno che passava di lì e al tempo stesso è imponente come un totem che sprigiona afflato divino da tutti i pori. C’è qualcosa di magico nel film. Non a caso nella colonna sonora, firmata da Lurie, il vero tormentone è I put a spell on you di Screamin’ Jay Hawkins.


Da quella prova in poi sono passati altri film di riferimento generazionale (Down by law, Paris Texas, Cuore selvaggio, Smoke) e altrettanta musica. Una decina di album con il suo gruppo di jazzisti punk Lounge Lizards   con Arto Linsday alla chitarra – e svariati lavori da solo, molti per colonne sonore degne di nota, con una nomination Grammy per quella di Get Shorty.


Poi ho scoperto che John ha anche provato a fare il pescatore. Adesso, io sono vegetariana ma come si dice, stai a guardà il capello. Ho dei dubbi che questa cosa dei pesci gli sia riuscita ma nella stagione 1991-1992 ne ha approfittato per dirigere Fishing with John, una serie tv che invece è andata alla grande ed è diventata di culto negli Stati Uniti. Sei episodi di surreale docu-fiction in cui John se ne va a pesca dalla Thailandia alla Costa Rica in compagnia di amici celebri: Jim Jarmusch, Willem Defoe, Matt Dillon, Tom Waits, Dennis Hopper. Come si direbbe nella Genesi, vacche grasse.
Life is so beautiful. Every breath, everyday of our lives… ahhh fishing! chiosa la voce narrante fuori campo di Robb Webb, superba trovata umoristica. John e i suoi compari appaiono proprio scemi, e sappiamo che un po’ ci fanno ma un po’ ci sono. A momenti sembrano impacciati, fanno sorridere mentre si muovono sulla narrazione infarcita di citazioni nonsense, paradossi e drammatizzazioni epiche. Personalmente ho una preferenza per l’episodio nel Maine con Willem Defoe.
La cosa che davvero mi piace di questa serie, però, è la lentezza. I tempi comici sono lontani dallo stereotipo della serie comica tutta gag e risate fuori campo. Siamo cullati dalla bassa marea (si pesca con la bassa marea?), si osserva e si aspetta come pescatori. Il ritmo assomiglia a quello dei brani di The Invention of Animals della John Lurie National Orchestra, che sono stati pubblicati solo due anni fa ma che costituiscono materiale registrato a suo tempo proprio per Fishing with John.

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Da una decina di anni John Lurie si sta dedicando prevalentemente alla pittura. Lo scorso novembre ha portato i suoi lavori in Italia per la prima volta, con una mostra intitolata Home is not a place. It is something else che sfortunatamente non ho fatto in tempo a vedere. Posso dire però che mi convince il titolo, lo trovo perfetto per un outsider come lui. E aggiungendo una delle cose più banali che abbia detto nell’ultima mezz’ora, amo questi uomini divertenti, che hanno quel modo di farti ridere e capaci di fare quelle polpette.

6 canzoni

6 canzoni prima di colazione non vuol dire che posterò sempre 6 canzoni prima di colazione. Lo faccio oggi perché è la prima volta che scrivo su questo blog e non posso fare altro che partire subito con la musica, dopo magari ne parliamo. Dal mare di canzoni che penso abbiano un’energia speciale e qualcosa da dire sono venute fuori queste. Hanno in comune l’idea di un inizio o comunque la proiezione verso qualcosa. Per come la vedo io, sono delle possibilità.

 

Invece del caffè, una bella iniezione di adrenalina. Uno dei supergruppi più azzeccati, tra Jack White, Alison Mosshart dei The Kills, Dean Fertita dei Queens of The Stone Age e il bassista Jack Lawrence, di cui purtroppo so solo che si è unito in matrimonio con la fidanzata Jo in una cerimonia doppia con Meg White e Jackson Smith (figlio di Patti e Fred Smith). A un loro concerto andrei di corsa ora, in pantofole.
 I Feel Love – The Dead Weather

Un classico per non sbagliare. Francese, per darsi un tono. Un po’ ribelle per distinguersi. Aprite gli occhi: Le dodo c’est terminé! Jacqueline Taïeb arrivava in Francia da Tunisi, aveva 19 anni e questa canzone se la scriveva da sola.
7 heures du matin – Jacqueline Taïeb

Tell yourself it’s gonna be fine. Come un mantra: raccontatela. Ai Peter Kernel, duo svizzero-canadese, piace fare delle gag nei loro live e fanno ridere sul serio, anche se non sono dei comici ma bravi musicisti post punk (tanto per dire una cosa). Questo video penso li rappresenti bene.
It’s gonna be great – Peter Kernel

 


Il cortile di una scuola del Queens dove Paul Simon è cresciuto, una caciara di ragazzi che strillano e giocano a basket. Lui e Julio ne hanno fatta una grossa ma questo è l’enigma della canzone, non si sa cosa e mai si saprà con certezza. Per non sapere né leggere né scrivere lui intanto fa un gran ciao a tutti e si defila, probabilmente incalzato dal suono del tamburo brasiliano (la caica) che percuote la canzone. Well I’m on my way, I don’t know where I’m going. I’m on my way, I’m takin’ my time, but I don’t know where.
Me and Julio down by the Schoolyard – Paul Simon

Una nuova Esperanza Spalding nel 2016, in versione faccio cose, suono jazz funk fusion. Il progetto si chiama Emily’s D+Evolution e si allarga ad altre arti performative come teatro e poesia. Comunque vada, niente più lagne in stile Nora Jones, per fortuna.
Good Lava – Esperanza Spalding

Paolo Conte ha questo potere che dove lo metti il mondo gli prende forma intorno tipo lo zucchero filato col bastoncino. Affabula, incanta. E può andare anche molto lontano dall’immaginario consueto del nightclub fumoso. Una giornata al mare, solo e con mille lire. E via, si parte per altri lidi.
Una giornata al mare – Paolo Conte