17 x 17 x 1 ora e 7 minuti: una playlist di canzoni uscite nell’anno appena andato. Qualcosa di bello, perché invece il meglio deve ancora venire. A buoni intenditori poche parole…
Novembre avvampante e proponente due festival generosi: Jazz Mi e Linecheck (all’interno della Milano Music Week). Stavolta in particolare mi duole lasciare fuori dai soliti 6: Mulatu Astatke, Nick Cave, Lamb, Spoon, Fleet Foxes, Sun Ra Arkestra, Bill Frisell, Chilly Gonzales, The War on Drugs, Perfume Genius, Little Dragon.
Meglio tardi che mai! L’ottobrata a Milano più che in gradi si misura in decibel e si manifesta a suon di appuntamenti musicali. (Tra gli altri, a questo giro sono rimasti fuori quelli con The Dream Syndicate e Mogwai).
Arrivata alla soglia degli 80 Elza Soares può ben dire di avere vissuto come in una telenovela, di quelle che ti incollano allo schermo ma di cui si salterebbero volentieri alcuni episodi. Esplosiva signora della musica popolare brasiliana, è una che mai l’ha mandata a dire. Così anche nell’album che ha pubblicato circa un paio di anni fa, dove circolano ancora vibrazioni da pelle d’oca. In apertura i versi della poesia Coração do Mar, scritta dal poeta modernista Oswald de Andrade, spesso citato anche dal movimento tropicalista, ci immergono in acque torbide. Si parla delle navi negriere del colonialismo che hanno macchiato di sangue il mare, terra che unisce e divide, che nessuno davvero conosce.
Questo breve viaggio è per dire che mentre preparo il laboratorio sulla comunicazione nei blog musicali per Mare culturale urbano sto pensando ai tanti volti del portentoso elemento della natura. Personalmente mi rivedo intabarrata in una orribile giacca a vento gialla, permeabilissima, quando da ragazzina mi andavo a leccare le prime di una lunga serie di ferite amorose a casa di mia nonna, in un paese sulla costa adriatica. Scrutando l’orizzonte avrei giurato che la fine del mondo era lì a cento metri di distanza. Da quell’istantanea in poi le immagini si moltiplicano e per fortuna si rallegrano anche. Alcune di queste fanno da scenario alle 6 canzoni della piccola playlist a Mare, una colonna sonora per tutti noi navigatori che, anche grazie alla musica, speriamo che presto arrivi quel momento in cui saremo di nuovo felicemente disorientati.
Sea of Love – Robert Plant e The Honeydrippers
Una canzone del 1959 tra le più coverizzate dal firmamento musicale – anche da Cat Power per la colonna sonora del film Juno – che ha trasformato Robert Plant nel crooner di Ibiza.
Me on the Beach – Nagisa Ni Te
I Nagisa Ni Te non avranno cambiato la storia del rock ma con il loro nome (e l’album omonimo) che in inglese si traduce Me, on the beach, hanno sognato e omaggiato Neil Young. E si sono fatti cantare anche da Jens Lekman.
La mer – Julio Iglesias
Il grande classico di Charles Trenet nella versione Love Boat del pirata di tutti i mari sexy: Julio Iglesias.
Ocean Songs – Dirty Three
Qui c’è la magia di un intero concept album, creato dal trio australiano, datato 1998, prodotto da Steve Albini. Una specie di rock da camera dove il violino di Warren Ellis ci guida come una sirena in esplorazione dei (nostri) fondali.
Dolphins – Fred Neil
Canzone incredibile. Strano pensare a Fred Neil soprattutto per Everybody’s Talkin dal film Un uomo da marciapiede quandosi apprende che il suo amore per i delfini era molto più grande. Negli anni settanta ha abbandonato le scene proprio per dedicarsi alla salvaguardia degli animali e ha contribuito anche alla fondazione del Dolphin Project.
Domenica – Lucio Leoni
Sento il bisogno di giullari come Lucio Leoni che sappiano fare la rivoluzione anche in una pigra domenica al mare. Mettici, poi, che da romana qualche namo e famo mi scappa sempre.
Non tutto il 2016 è arrivato per nuocere. Ho assemblato una selezione di canzoni uscite quest’anno alle quali ho pensato come modesto antidoto al lato oscuro degli ultimi mesi, per non dimenticare mai di restare con i piedi per terra ma la testa tra le nuvole.
L’ho provata in situazioni varie: in casa cucinando, facendo il bagno con le bolle, fissando il muro in cerca di risposte e fuori in giro in bici quando non avevo fretta. Credo che funzionerà anche durante il viaggio in treno per andare dai miei a Natale. Ci sono alcune delle cose buone che ho ascoltato nel 2016 ma che non sono per forza le migliori in assoluto e non sono tutte (per esempio ho lasciato fuori molti ‘grandi’ o la musica italiana, che quest’anno è stata particolarmente generosa). Le tracce sono 24 come il giorno della vigilia, perché ‘il meglio deve ancora venire’. A buoni intenditori poche parole… Buon ascolto.
Ray Daviesracconta che quando scrisse Waterloo Sunset nella seconda metà degli anni sessanta non pensava a Terence Stamp e Julie Christie – la coppia di attori glamour del momento – come suggeriva la stampa bensì a a sua sorella con il fidanzato che “camminavano nel futuro”. Millions of people swarming like flies ‘round Waterloo underground / But Terry and Julie cross over the river / Where they feel safe and sound / And they don’t need no friends / As long as they gaze on Waterloo sunset / They are in paradise. Senza e con i Kinks, Ray Davies ha scritto tanto sulla società britannica, prendendo di mira l’upper class e portando in primo piano le problematiche della classe operaia. Ma questa canzone più delle altre è un faro che illumina Londra.
I wanna be adored – The Stone Roses
Canzone di panza, canzone di sostanza. Il suono Madchester è ormai storia della musica non solo britannica. Movimento culturale nato a Manchester alla fine degli anni ottanta, ci deliziò per un decennio con il sogno di condividere l’immaginario giovanile con i coetanei oltremanica. Gli Stone Roses raccontavano esattamente quell’immaginario. Probabilmente sono proprio un gruppo sopravvalutato, come molti dicono, ma quel miscuglio di edonismo, psichedelia e vena acid era davvero manifestazione di quei tempi.
Glad to be gay – Tom Robinson
A proposito di movimenti e di fine degli anni ottanta, parallelamente alla scena di Manchester, in Inghilterra un gruppo di musicisti politicamente impegnati creava il collettivo Red Wedge. Capofila, ovviamente, era Billy Bragg, noto per il suo attivismo, affiancato da Jimmy Somerville e Paul Weller. Il fronte era quello laburista e la speranza era di introdurre le tematiche sociali tra le fila delle nuove generazioni. Tra gli artisti che aderirono ci fu anche Tom Robinson, che la sua posizione più chiara di così non poteva dirla. Glad to be gay fu scritta per il gay pride di Londra del 1976.
Time for Heroes – The Libertines
Il gruppo del chiacchieratissimo Pete Doherty, versione anglosassone degli americani Strokes, ha debuttato nel 2002 con l’album Up the Bracket per Rough Trade, madre delle etichette indipendenti UK. Time for Heroes si riferisce agli scontri londinesi del May Day del 2000: un disco che non prospetta scenari rivoluzionari come Sandinista! (the stylish kids in the riot sonolontani dalla working class diThe Magnificient Seven) ma può vantare la produzione di Mick Jones dei Clash.
Let England Shake – PJ Harvey
La Signora del rock contemporaneo in veste di cantastorie nazionale. Nel 2011 PJ Harvey scriveva un album in cui narrava le (dis)avventure belliche del suo paese con una potenza espressiva che trascendeva le coordinate spazio temporali. Ed erano solo le prime pagine di un nuovo capitolo ‘popolare’ che ha continuato a scrivere nell’ultimo The Hope Six Demolition Project. Il nonsense della guerra e il torpore da cui è necessario svegliarsi. The West’s asleep, let England shake / Weighted down with silent dead.
She’s beyond good and evil – Pop Group
Punk primitivo sperimentale da Bristol. Dei Pop Group amo la contaminazione punk, jazz, dub e funk, affine al suono delle londinesi Slits. Con loro, tra l’altro, collaborarono nel 1980 alla realizzazione del singolo In the beginning there was rhythm / Where there is a will. Enjoy.
A 7 anni giocavo a calcio per rimorchiare nella squadra maschile della scuola elementare. Ero così calata nella parte che le mie lacrime sgorgavano tra il poster di Falcão sul letto e Grazie Roma di Venditti nel giradischi. Poi la fede calcistica è diventata fede musicale e il senso di appartenenza a una squadra si è irreversibilmente sfaldato. Non ho avuto la fortuna di incappare nel gruppo rock del liceo ma mi sarebbe piaciuto essere la girl in a band, per citare Kim Gordon. Non avrei disdegnato neanche fare parte di un gruppo al femminile ma le occasioni erano scarse, anche perché le ragazze generalmente facevano altro. Sarebbe stato bello fare qualcosa insieme a qualcuno e crederci. La cosa in sé mica è un problema, ora che sono adulta. Ma allora il senso di appartenenza valeva di più.
Quando ho letto che Kathleeen Hanna delle Bikini Kill era nel comitato scientifico della Girls Rock Camp Foundation insieme a Beth Ditto dei Gossip mi sono gasata. La Girls Rock Camp Foundation fa parte del circuito Girls Rock Camp Alliance nato nel 2007 a Portland, Oregon ma divenuto poi un network internazionale che include anche stati europei come Germania, Francia, Finlandia, Austria. La missione dell’organizzazione non profit è rafforzare il coraggio e l’autostima delle ragazze attraverso l’educazione musicale, valorizzando il rispetto, la collaborazione e le diversità. Il manifesto è più o meno questo:
We value the power of music as a means to create personal and social change;
We value efforts that actively expand opportunities for girls and women;
We value positive approaches to fighting sexism;
We value integrity, honesty and respect;
We value appropriate sharing of resources, cooperation, and collaboration;
We value using our collective voice to further our mission;
We value diversity.
L’organizzazione dei campi varia da paese a paese – ecco per esempio l’esperienza dell’Iowa – ma tutti condividono l’insegnamento delle basi concrete per diventare musiciste come suonare uno strumento, scrivere una canzone, esibirsi. E in tutti si osserva uno dei capisaldi della filosofia Riot Grrrl: non devi essere tecnicamente perfetta ma cercare di essere coraggiosa.
L’anno scorso, per raccogliere fondi, la Girls Rock Camp Foundation ha creato il Record Remake Project, un progetto fotografico in cui le giovani campers si sono cimentate nella riproduzione di copertine di album celebri. La piccola Debbie Harry di Parallel Lines dei Blondie è Ava, la nipote di Beth Ditto.
In Italia non mi risulta si sia ancora attivato nessuno per creare la nostra versione di questa iniziativa. Perché? Se le ragazze si divertono e hanno la possibilità di esprimersi, l’occasione è preziosa. La procedura per iniziare un campo è questa. Chi potrebbe essere nel comitato scientifico? Roberta Sammarelli dei Verdena? Le Motorama (raro caso di donne che NON suonano il basso)? Nel frattempo facciamoci ispirare da 6 canzoni di ragazze rock’n’roll.