6 canzoni a Mare

 

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Arrivata alla soglia degli 80 Elza Soares può ben dire di avere vissuto come in una telenovela, di quelle che ti incollano allo schermo ma di cui si salterebbero volentieri alcuni episodi. Esplosiva signora della musica popolare brasiliana, è una che mai l’ha mandata a dire. Così anche nell’album che ha pubblicato circa un paio di anni fa, dove circolano ancora vibrazioni da pelle d’oca. In apertura i versi della poesia Coração do Mar, scritta dal poeta modernista Oswald de Andrade, spesso citato anche dal movimento tropicalista, ci immergono in acque torbide. Si parla delle navi negriere del colonialismo che hanno macchiato di sangue il mare, terra che unisce e divide, che nessuno davvero conosce.

Questo breve viaggio è per dire che mentre preparo il laboratorio sulla comunicazione nei blog musicali per Mare culturale urbano sto pensando ai tanti volti del portentoso elemento della natura. Personalmente mi rivedo intabarrata in una orribile giacca a vento gialla, permeabilissima, quando da ragazzina mi andavo a leccare le prime di una lunga serie di ferite amorose a casa di mia nonna, in un paese sulla costa adriatica. Scrutando l’orizzonte avrei giurato che la fine del mondo era lì a cento metri di distanza. Da quell’istantanea in poi le immagini si moltiplicano e per fortuna si rallegrano anche. Alcune di queste fanno da scenario alle 6 canzoni della piccola playlist a Mare, una colonna sonora per tutti noi navigatori che, anche grazie alla musica, speriamo che presto arrivi  quel momento in cui saremo di nuovo felicemente disorientati.


Sea of Love – Robert Plant e The Honeydrippers

Una canzone del 1959 tra le più coverizzate dal firmamento musicale – anche da Cat Power per la colonna sonora del film Juno –  che ha trasformato Robert Plant nel crooner di Ibiza.

 


Me on the Beach – Nagisa Ni Te

I Nagisa Ni Te non avranno cambiato la storia del rock ma con il loro nome (e l’album omonimo) che in inglese si traduce Me, on the beach, hanno sognato e omaggiato Neil Young. E si sono fatti cantare anche da Jens Lekman.


La mer – Julio Iglesias

Il grande classico di Charles Trenet nella versione Love Boat del pirata di tutti i mari sexy: Julio Iglesias.


Ocean Songs – Dirty Three

Qui c’è la magia di un intero concept album, creato dal trio australiano, datato 1998, prodotto da Steve Albini. Una specie di rock da camera dove il violino di Warren Ellis ci guida come una sirena in esplorazione dei (nostri) fondali.


Dolphins – Fred Neil

Canzone incredibile. Strano pensare a Fred Neil soprattutto per Everybody’s Talkin dal film Un uomo da marciapiede quando si apprende che il suo amore per i delfini era molto più grande. Negli anni settanta ha abbandonato le scene proprio per dedicarsi alla salvaguardia degli animali e ha contribuito anche alla fondazione del Dolphin Project.


Domenica – Lucio Leoni

Sento il bisogno di giullari come Lucio Leoni che sappiano fare la rivoluzione anche in una pigra domenica al mare. Mettici, poi, che da romana qualche namo e famo mi scappa sempre.

Live a Milano – Aprile 2017

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Rock’n’Roll, Milano, zona stazione Centrale

Milano secerne bei concerti come non mai e bisogna anche darsi una mossa a comprare i biglietti. Ma nonostante qualche sold out di troppo, la lista di serate disponibili è ancora ben nutrita. Ecco la solita selezione di sei. Ci vediamo in giro.


Stranded Horse feat. Boubacar Cissokho – Lunedì 3, Gattò

Dalla Normandia, suonatori di kora (strumento un po’ arpa e un po’ liuto), indie etnico peace & love


Woods – Martedì 4, Serraglio

Brooklynesi veraci, psych rock fusion, perfetti per prati in primavera senza addormentarsi


Sinkane – Venerdì 7, Biko

Londinese con sangue sudanese, se si dice melting pot contemporaneo, dancefloor


Yamanaka Electric Female Trio – Giovedì 13, Blue Note

Jazz scapigliato, nippo girl power, stiamo concentrati


Ofeliadorme – Venerdì 14, Linoleum

Da Bologna, neo trip-hop, se ci andate con lui/lei portatevi lo spazzolino per il giorno dopo


Angela Baraldi + Paolo Benvegnù –  Venerdì 21, Serraglio

Ieri oggi domani, anime rock, a braccetto con gli amici del cuore


 

Non devo dirvi niente

 

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Il titolo ‘6 canzoni prima di colazione’ ora è ufficiale, si può trovare in rete, spero, digitando la sua forma breve ‘6 canzoni’. Non è una gran notizia ma chi mi conosce sa che questo spazio è l’unica creatura vivente con cui ho intenzioni serie. Già che ne sto parlando, approfitto per dire a cosa si riferisce il titolo, visto che non l’ho ancora fatto (tranne una volta sul blog di Piano C).

Alice rise: «È inutile che ci provi», disse, «non si può credere a una cosa impossibile.»
«Oserei dire che non ti sei allenata molto» ribatté la Regina. «Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.»
(Lewis Carroll, Attraverso lo specchio, Capitolo V)

Canzoni che non sono altro che cose che rendono possibile l’impossibile. Le ascolti e ti cambia l’umore o ti fanno capire o ti fanno disperare o ti fanno decidere o non ti fanno pensare o ti fanno ricordare come se stesse accadendo tutto di nuovo. Poi, come al solito, a buon intenditor poche parole. O per citare anche i messaggi di mia sorella quando non prendo le sue telefonate: non dovevo dirvi niente.

Gli amici debosciati

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I Beastie Boys e Madonna, foto qui

Abbiamo avuto tutti quegli amici che alle feste bucavano il divano di nonna con le canne. Gli stessi che oggi, cresciuti più che altro di panza, si ricordano di chiamarci solo quando abbiamo un appuntamento con l’amica bona. Li disprezziamo e giuriamo che mai più. Ma alla fine non è pensabile sbarazzarcene sul serio perché ci fanno ridere e sappiamo che nel loro squallore si annida un tocco di genialità che accende la mente. Almeno la nostra.

Nella cricca di solito c’è un peggiore. Nel caso dei Beastie Boys si trattava di MCA, il Master of Ceremonies Adam Yauch. Nel decennio 1984-1994 I Beasties ne hanno combinate. Sono stati politicamente scorretti e polemici, tre pischelli bianchi che sfogavano i loro istinti bestiali scimmiottando l’atteggiamento da ghetto dei rapper afroamericani. Continuamente ubriachi e molesti, offensivi e sessisti. Adam Yauch non perdeva occasione per oltrepassare il fondo. Come nel 1985, quando ha regalato uno show delle sue parti intime durante lo storico Virgin Tour di Madonna, in cui i Beasties si esibivano nell’opening act (ed erano solo agli inizi della loro carriera). Non c’è che dire, la scelta del nome era stata puntuale: Beastie come Boys Entering Anarchistic States Towards Inner Excellence (ragazzi anarchici ma solo per raggiungere la perfezione interiore…). MCA ha talmente creduto in questo acronimo dal finale catartico da intraprendere una crociata in nome della liberazione del Tibet e dedicare alla causa l’organizzazione di eventi e concerti benefici.

Oltre a quello dell’attivismo politico Adam aveva il pallino della regia. Nei panni del suo alter ego Nathaniel Hörnblowér, filmaker svizzero virtuoso di jodel, ha girato video del gruppo come Intergalactic e So what’cha want, e nel 2008 ha fondato la Oscilloscope Laboratories, una casa di produzione e distribuzione cinematografica. Ha anche fatto da assistente a Spike Jonze per il video di Sabotage, un gioiello ispirato alle serie poliziesche degli anni settanta. A questo video è legato uno degli episodi più lisergici della carriera di Adam Yauch, in occasione della nomination di Spike Jonze come Best Director agli MTV Awards del 1994. La vittoria del premio da parte di Jake Scott per Everybody Hurts dei R.E.M. scatenò la delusione di Yauch che nei panni di Hörnblowér si intrufolò sul palco durante la premiazione e mise in scena una farsa delirante ma memorabile in difesa di Jonze che pietrificò la sala.

Ci sarebbe tanto ancora da dire su quei geni che sono stati i Beastie Boys. Ma in breve, dato che quest’anno a maggio cadrà già il quinto anniversario dalla scomparsa di Adam Yauch e visto che Sabotage usciva giusto il 28 gennaio, pensavo semplicemente che, nonostante tutto vada in direzione contraria, non si può smettere di lottare per il diritto di fare casino.

Live a Milano – Gennaio 2017

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Anno nuovo, vecchie abitudini da non abbandonare giammai. Cadremo in letargo un’altra volta, per ora: live!


Anja Lechner & François Couturier – Venerdì 13, Teatro Sala Fontana

Piano e violoncello, classici mica troppo, come in un film


Gomma – Venerdì 13, Linoleum

Da Caserta, meno 30, soft punk


Lou Rhodes – Domenica 15, Circolo Magnolia

Signora del trip-hop con i Lamb, classe, cuoricini


Ronnie Hicks feat. Luca Giordano & Band – Mercoledì 18, Nidaba Theatre

Evergreen (i Kool & The Gang non sono un’opinione), bluesy, drink al tavolo


Jenny Penny Full – Domenica 29, Upcycle Cafè

Veronesi, shoegaze, con lui/lei se ci volete provare


Flaming Lips – Lunedì 30, Alcatraz

Carismatici, psichedelici, che fico

Generazione ‘una via di mezzo tra’

Da qualche tempo ho l’impressione di avere saltato a piè pari la fase della maturità e di essere piombata nell’antiquariato. Mi è venuto il sospetto quando ho iniziato a soffermarmi sull’espressione una via di mezzo tra. Me ne servo fluidamente io per prima, mi sguscia fuori senza filtri specie quando parlo di musicisti: Kutiman è una via di mezzo tra Black Keys e Alabama Shake. I Suuns sono una via di mezzo tra Radiohead e Battles. Gli Haelos sono una via di mezzo tra Portishead e XX. Ryley Walker è una via di mezzo tra John Martyn e Geoff Farina. Ma cosa vorrà dire questa tendenza al funambolismo, sarà un bene o un male?

Quando l’anno scorso, il 2015, la ventennale webzine indipendente americana Pitchfork è stata comprata dal gruppo editoriale Condé Nast io mi sono francamente accorata. La consideravo un simbolo, una delle manifestazioni più significative della generazione Lo-Fi , figlia della filosofia punk del Do It Yourself, cioè ‘fattelo da solo’. Un po’ per mancanza di fondi un po’ perché così sarà sicuramente come vuoi senza necessariamente rispondere alle logiche del mercato di massa. Ecco qui, ho pensato, anche questi si sono messi in mezzo tra. Non sono né una fan accanita né tantomeno della prima ora di Pitchfork ma negli anni l’ho consultata parecchio nelle sue sezioni Best New Music e Reviews. Mi è capitato di riconoscermi nelle sue scelte o di trovarle esagerate o ingiustificate. Alla notizia della vendita, però, ho sentito il brivido del passaggio di epoche. Quella dimensione sgangherata e appassionata del ciclostilato 2.0 stava cedendo il passo al mutuo da pagare. Per inciso, continuo a fare le mie consultazioni delle stesse sezioni pitchforkiane ma mi mancano quelle scelte ingiustificate, quei giudizi galvanizzati che erano un po’ piezz’e core. Sono ancora affetta dall’idea che la musica si scelga con la pancia prima ancora che facendo la media delle stellette assegnate dalle recensioni o seguendo gli algoritmi.

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Quest’anno poi, il 2016, si è aggiunto un altro tassello al compromesso storico della cultura indipendente: la catena californiana Amoeba Music ha venduto il negozio di dischi di Hollywood su Sunset Boulevard a un mega gruppo immobiliare intenzionato a costruirci una torre di vetro. Su twitter, la squadra di Ameoba ha comunicato al suo pubblico che ci vorrà qualche anno prima che la sostituzione abbia effettivamente luogo e tra l’altro sembra che il progetto della torre con tanto di piscina sul tetto (si può trovare in rete) sia solo una delle ipotesi per la riconversione dell’edificio. Personalmente ho pensato che Joni Mitchell avrebbe esclamato Don’t it always seem to go that you don’t know what you’ve got till it’s goneThey paved paradise and put up a parking lot, come fece in Big Yellow Taxi, una delle più belle canzoni ecologiste della storia.


Kutiman – She’s a Revolution


Suuns – Translate


Haelos – Dust


Ryley Walker – Primrose Green

Live a Milano – Novembre 2016

Cadono le foglie ma si moltiplicano le serate a Milano. Sulla scia di questo slancio di generosità, inauguro qui uno spazio dedicato ai live. Ho fatto una selezione di 6 concerti che penso valga la pena provare. Mollate netflix, si parte stasera.


Suuns – Mercoledì 2, Biko

Canadesi, krautrockeggianti, da viaggi


Cate Le Bon – Giovedì 3, Magnolia
Visionaria, aerea, a volte canta in gallese

Ilahn Ersahin’s Istanbul Sessions – Venerdì 4, Santeria Social Club
Vibranti, jazzy, cose turco-newyorchesi

Sophia – Lunedì 7, Arci Bellezza
Ancora vivi, struggenti, acustici


Nicolas Jaar – Giovedì 24, Alcatraz
Galvanizzante, under 30, latino

Peaches – Lunedì 28, Magnolia
Su di giri, No Filters, oltre l’house

6 canzoni da Nobel

6 canzoni su 600. La traduzione dei versi alla volemose bene chiaramente è mia.


Bobby Brown Goes Down – Frank Zappa

Se finora abbiamo tifato Frank for President io mi spingo senza indugio fino allo slogan Frank for Nobel. Bobby Brown è il modello del ragazzo americano sportivo e belloccio, il sogno delle cheerleader. In realtà misogino e spocchioso, il suo castello di stereotipi si infrange nel momento in cui incontra Freddie la femminista. Polemica garantita, che in effetti ci fu da tutti i fronti. Era il 1979 e l’album Sheik Yerbouti.

Am I a boy or a lady… I don’t know which (Sono un uomo o una donna… non lo so)


Cuccurrucucú Paloma – Tomas Méndez

Canzone composta nel 1954 dal messicano Tomas Mendez che parla del dolore per la perdita di una persona. Nella versione di Caetano Veloso è ancora più lieve e struggente al tempo stesso. Come valore letterario aggiunto non è da sottovalutare l’onomatopea del verso della colomba (cuccurrucucú).

Juran que esa paloma / No es otra cosa mas que su alma / Que todavía la espera / A que regrese la desdichada (Giurano che questa colomba non sia altro che la sua anima che aspetta ancora che la poveretta ritorni)


 Hejira – Joni Mitchell

Joni è la mia numero uno e sono eccessivamente di parte. Ma non c’è dubbio che i suoi testi siano tra i più zeppi di riferimenti colti dagli anni Settanta a oggi. Peccati originali, re e profeti, anche io che bazzico molto le sue canzoni spesso non ci capisco un emerito. Questo caso invece è alla mia portata. L’Egira è la migrazione di Maometto dalla Mecca a Medina. Composta dopo un viaggio da sola in auto dal Maine a Los Angeles, e già questa è poesia, racconta la magia di certi percorsi con se stessi.

There’s comfort in melancholy / When there’s no need to explain / It’s just as natural as the weather / In this moody sky today (La malinconia ci fa sentire meglio quando non c’è bisogno di spiegare, è semplicemente naturale come il tempo in questo cielo lunatico di oggi)


Hallelujah – Leonard Cohen

No Hallelujah non è di Jeff Buckley ma di Leonard Cohen. Si dice abbia impiegato anni di taglia e cuci per scriverla fino alla sua pubblicazione, nel 1984. Racconta dell’epifania, in quanto manifestazione del ‘divino’, da interpretare come meglio si crede seguendo gli spunti che dà Leonard: sesso, religione e musica.

And even though it all went wrong / I’ll stand before the Lord of Song / With nothing on my tongue but Hallelujah (E anche se tutto è andato storto mi troverò al cospetto del signore della canzone e non potrò dire altro che Hallelujah)


Princesa – Fabrizio De André

Compie vent’anni lo splendore di Anime salve che contiene questo brano scritto con Ivano Fossati (come il resto dell’album). De André aveva il dono di saper raccontare storie illuminandole. In una strofa ti raccontava una parabola e nel passaggio da Fernandinho a Princesa c’è la sacralità della vita.

Nel dormiveglia della corriera / lascio l’infanzia contadina / corro all’incanto dei desideri  / vado a correggere la fortuna


The Revolution Will Not Be Televised – Gil Scott-Heron

Se cresci nel Bronx degli anni settanta con dentro il fuoco dell’azione e della parola insieme non puoi che diventare un’icona. Scrittore, musicista, attivista, sbandato totale, noto per l’uso di spoken word, ovvero poesia su musica. Questa canzone del 1970 coincide con il suo esordio musicale dopo i primi passi da narratore dei diritti degli afroamericani.

The revolution will not go better with Coke / The revolution will not fight the germs that may cause bad breath / The revolution will put you in the driver’s seat (La rivoluzione non andrà meglio con la Coca. La rivoluzione non sconfiggerà i germi causati da una cattiva respirazione. La rivoluzione ti metterà al posto di guida)


Ascolta, pensa, (forse) scrivi

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In questa lunga estate calda, tra giugno e luglio, ho tenuto un seminario di ben dodici ore al Master di Musica della Luiss Business School di Roma. L’argomento aveva più o meno a che fare con quello che mi accanisco a fare spesso, scrivere di musica in rete. Mentre lo facevo, a volte mi è balenato in mente Antoine quando negli anni sessanta cantava: Tu sei buono e ti tirano le pietre / Sei cattivo e ti tirano le pietre / Qualunque cosa fai, ovunque te ne vai sempre pietre in faccia prenderai…  Ma stando esattamente così le cose, non vale dunque la pena di fare quello che ci pare?
Non so se questo laboratorio sia stato davvero utile o interessante per gli studenti che l’hanno frequentato ma posso dire di esserne uscita 1) viva e soddisfatta e 2) sempre più convinta che non ci si debba per forza affidare ciecamente a quello che fanno gli altri. La scelta che fa la differenza è, spesso, la propria.
Ho provato empatia per i ragazzi da subito, cioè dall’istante in cui mi hanno lanciato sguardi sgranati probabilmente pensando che non sarebbero tornati mai più. In effetti qualcuno si è presto dissolto. E chi è rimasto credo abbia continuato a chiedersi: di cosa sta parlando questa? Per fortuna ho avuto la discreta idea di far dire tante cose – belle – più a loro che a me.
Ma un paio di concetti li ho tentati anche io e sono felice quando ho l’occasione di tirarli nuovamente fuori.
Uno è che la musica si può raccontare, sfidando la mitica affermazione pluriattribuita (a Frank Zappa, Elvis Costello, Thelonious Monk e altri ancora) secondo cui parlare di musica è come ballare di architettura. Penso invece che se ne possa parlare sensatamente, come di un’emozione, di un’idea, di una storia, di un ingranaggio. Con i limiti del caso ma anche con tutti i frizzi e lazzi che quei limiti ci portano ad attivare, se vogliamo centrare il punto ed essere considerati da chi ascolta o legge.
Un altro è che non dobbiamo parlarne a tutti i costi. Se ci viene il dubbio di non avere niente da dire, il silenzio sarà una melodia potentissima. Potrebbe capitarci di avere l’impulso incontenibile di recensire chiunque, anche il vicino che canta sotto la doccia. Allora perché no, nessuno ce lo impedisce, buttiamo pure giù qualche riga. Poi però non sarebbe male lasciare quelle riflessioni a decantare un po’ prima di diffonderle. E una volta rilette, il resto verrà da sé. Si spera.
Queste sono 6 canzoni di artisti che ci siamo raccontati in aula e se non sbaglio proprio in quest’ordine. Ascolta di qua e decostruisci di là, grazie alle cose che ci siamo detti ai miei occhi si sono accese di una luce nuova.

Bring the Noize – M.I.A.


Pedestrian at Best – Courtney Barnett


Mizu – Nippon Eldorado Kabarett


Wake Up – Arcade Fire


Avvelenata – Francesco Guccini


Bring the Noise – Public Enemy

6 canzoni per questa estate

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Mr Bongo, 1989-2014


É o poder – Karol Conka

Alla vigilia delle Olimpiadi brasiliane non riesco a evitare di ripassare un po’ di tropicalia, brazilian beat e lo sfavillante catalogo dell’etichetta inglese Mr Bongo che dal 1989 diffonde musica dal mondo. Nella sua scuderia c’è anche la rapper Karol Conka, la M.I.A. di Bahia.


Pet Life Saver – I Giardini di Mirò

In autunno, per il suo quindicesimo compleanno, verrà ristampato dalla 42 Records il loro album d’esordio Rise and Fall of Academic Drifting. Salvate la data, perché I Giardini di Mirò (Joan, il pittore spagnolo) dalla provincia di Reggio Emilia hanno fatto la storia dell’indie italiano. Una canzone come questa non può mancare nella penombra estiva.


Xenia Rubinos – Mexican Chef

Un video così brutto l’ho visto raramente in vita mia ma Xenia Rubinos ha un gran bel personalino, in tutti i sensi. Nel suo primo album, appena uscito, Black Terry Cat: origini portoricane e cubane, nu soul misto a hip hop e polemica razziale. Brown walks your baby / Brown walks your dog / Brown raised America in place of it’s mom.


Inga – Infinity

Quando ascolto questa canzone mi sembra di infilarmi sotto il piumone e buonanotte. Un po’ perché Inga è una parola svedese che significa niente e questo già mi rilassa. Un po’ perché Sam Gendel, che è il giovane musicista americano di formazione jazz dietro a questo nome, è bravo a creare atmosfere. Ora l’unico sforzo da fare essendo agosto sarà immaginare di essere su un materassino invece che su un materasso.

 


Anomalie –  Louise Attaque

Trovo che una delle cose migliori di questo 2016 sia il ritorno dei Louise Attaque (gruppo francese degli anni novanta prodotto da Gordon Gano dei Violente Femmes). Il ritornello mi fa pensare alla pubblicità di un suv lanciato nel deserto ma mi piace e così il resto dell’album che ha una vitalità che l’estate se la magna. E poi facciamo nomi e cognomi: Gaëtan Roussel.


The Living Dead – Laetitia Shériff

Noise d’Oltralpe. Ancora dalla Francia, ancora una donna. Io l’ho scoperta ora ma pubblica dischi già dal 2004 e per ora ne ha all’attivo ben sei. Più un ep dell’anno scorso, The Anticipation, che contiene The Living Dead. Notevole, da provare live.