Musica + Libri #1 – ‘Jazz’ di Toni Morrison

Inizio oggi questa rubrica di Musica + Libri, originalissimo nome infatti bocciato ieri in chiacchiere al tavolo di un bar con un amico, nata dall’idea di segnalare testi che parlano di musica in qualche modo. Biografie, saggi e romanzi, vecchi e nuovi. Ho scelto come prima uscita Jazz di Toni Morrison, esperta di cultura afroamericana e premio Nobel per la letteratura nel 1993, una cosetta. E lancio una dedica collettiva agli irriducibili ascoltatori e lettori sfruttando le parole che ho incontrato recentemente in Telegraph Avenue, dall’autore Michael Chabon alla moglie: Ad Ayelet, dal momento in cui cala la puntina fino al solco più interno.


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Toni Morrison, Jazz, 1992


Nel 1926 ad Harlem ne accaddero delle belle. Gli anni Venti ruggirono anche grazie alla comunità afroamericana che nel movimento dell’Harlem Renaissance fece esplodere la propria rivalsa sulla cultura predominante bianca attraverso varie forme artistiche. Jazz, parte di una trilogia inaugurata con Amatissima nel 1987, si apre nel bel mezzo di quel momento storico e consuma subito il dramma passionale da cui si dipana il romanzo, andando a ritroso nella ricostruzione dei fatti. Ricostruzione parziale, pur nella sua coralità, concertata da un narratore dall’identità misteriosa ed eseguita dai protagonisti del libro secondo i propri diversi punti di vista.

Al centro della storia, lo scandaloso threesome – termine denso che si perde a tradurlo in italiano – tra la moglie Violet, il marito Joe e la giovanissima amante Dorcas. Dopo il gesto estremo compiuto da Joe (“uno di quegli amori tutta pancia… che lo ha reso triste e felice al punto da spararle perché quell’emozione durasse in eterno”), Violet sfigura la ragazza al suo funerale in un accesso di violenza disperata, sotto gli occhi della “Città” compassionevole, tanto ambita dopo la miseria della originaria Virginia da cui provengono i coniugi, la “Città che ti fa girare la testa. Ti fa fare quello che vuole, ti fa andare dove vogliono le sue strade così regolari. E facendoti credere per tutto il tempo di essere libero…”



Per le strade di Harlem la musica sembra essere l’elemento che fa confluire i destini individuali in una ineluttabile sorte comune, come una sapienza collettiva che tiene le fila della frammentarietà di percorsi e racconti. Che poi non è distante da quanto accade nell’improvvisazione jazzistica, impossibile da fare se alla base non c’è buona padronanza della materia. “Quella musica sconcia che picchiava così dal basso, quella che le donne cantavano e gli uomini suonavano e al cui ritmo le une e gli altri ballavano, avvinghiati senza pudore o staccati senza freno.”

Quando Violet indaga sulla vita di Dorcas per ‘farsene una ragione’, cerca di scoprire nell’ordine quali erano i segreti della sua acconciatura, quale la sua band preferita e, non ultimi, quali i passi di danza che sapeva fare. Il 1926, infatti, fu anche l’anno in cui prese il via l’attività della Savoy Ballroom, la prima sala da ballo con ingresso consentito sia a bianchi sia a neri, in cui si esibirono da Benny Goodman a Count Basie e a cui, tra le altre canzoni dedicate, si ispira un noto standard dal titolo Stompin’ at the Savoy. La sua sede era proprio in Lenox Avenue, successivamente chiamata anche Malcom X Boulevard, la strada dove abitano Violet e Joe e fulcro della vita del quartiere in quegli anni (ma non solo, come testimonia Gil Scott-Heron nel suo album Small Talk at 125th and Lenox).



Jazz e blues, a dire il vero, sono rintracciabili ovunque nelle pagine del romanzo, lo stile stesso della scrittura è musicale, fatto di assoli, come dice la traduttrice Franca Cavagnoli nella ricca e ispirata postfazione. È anche nelle voci delle storie private che diventano pubbliche, è nel racconto che riproduce l’oralità della tradizione afroamericana attraverso il ritmo, le sospensioni e le riprese, con un richiamo al field holler, quella forma rudimentale di canzone da lavoro dei campi di cotone. Una prosa appassionata e appassionante, asciutta ma poetica, in cui farsi invischiare come dal suono dei clarinetti che sale dagli angoli delle strade di Harlem.

Live a Milano – Agosto 2017

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Estati in città

A Milano agosto quasi non va in vacanza, quindi ecco una selezione di 6 concerti per chi è ancora, o già, in città.


Swans – Mercoledì 2, Magnolia

Newyorchesi, industrial noise, per compensare lo sbraco da motivetto estivo


Nino Bruno & Le 8 tracce – Mercoledì 2, Carroponte

Napoletani, sorrentiniani (nella colonna sonora di This Must Be the Place e non solo), modern beat


Billy Bragg – Sabato 5, Carroponte

Working class hero, poetico, politico


Radical Face – Mercoledì 23, Magnolia

Ex Electric President, cantastorie folk-indissimo, opening: Aldous Harding


Interpol – Mercoledì 23, Carroponte

Figli dell’emocore, chitarrosi, ben dotati del frontman Paul Banks


Colombre – Venerdì 25, Il Chiostro D’Estate

Da Senigallia, twee, per giovani fuori o dentro

 

Nice Jazz Festival, è ancora qui la festa

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Se amate la musica, a prescindere da quanto realmente si possa definire jazz, il Nice Jazz Festival è un’occasione da impilare nella lista delle cose da fare almeno una volta nella vita. Questa è stata l’edizione successiva al vuoto lasciato l’anno scorso dall’attentato sulla Promenade des Anglais, la celebre passeggiata bordo mare il cui struscio folcloristico ne fa la Venice europea. L’atmosfera della serata di apertura era euforica come per una vincita al lotto collettiva. Tra perfetti sconosciuti ci si sorrideva senza motivo o ci si salutava calorosamente ritrovandosi per l’ennesima volta in fila per riempire il gobelet – il boccale riciclabile con il logo della manifestazione. 

Il festival si è tenuto da lunedì 17 a sabato 21 luglio, io presente solo alle prime due serate. L’inglese era la lingua ufficiale, più del francese, nel pubblico numeroso, un melting pot di amanti della musica o semplicemente bon vivants della stagione estiva, tra i 5 e i 105 anni, che non hanno esitato a mollare i freni inibitori per abbandonarsi a balli e canti sfrenati. Gli avventori di questo festival facilmente hanno voglia di divertirsi, molti sono in vacanza e con l’animo ben disposto anche se non sono intenditori. Ma forse proprio in virtù di questa eterogeneità, si respirava democratico rispetto per tutti gli artisti, dai più ‘pop’, ai quali è riservata la scena di place Masséna, a quelli del Théâtre de Verdure che ospita le performance più in linea con l’anima jazz del festival. 



Headliner delle mie due serate sono stati Herbie Hancock, direttore artistico di questa edizione del festival, e Ibrahim Maalouf, trombettista e pianista francolibanese popolare in Francia al pari forse di un nostro Jovanotti. Mi sono compiaciuta del fatto che le persone abbiano prestato a tutti i musicisti la stessa attenzione mista a gratitudine. Di fronte a Hancock si è ancheggiato quasi come con i De La Soul che l’hanno preceduto sulla scena Masséna. Loro hanno scosso la piazza con una dignitosa carica da navigati MC, Hancock l’ha ipnotizzata con la sua bravura. E cosa dire a Maalouf. Mi è sembrato geniale, ha portato in palmo di mano tutta l’emotività che il pubblico scalpitava per far scorrere a fiumi. Il medioriente in rivoluzione attraverso suggestioni di energia elettronica in stile M83.


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Per quanto riguarda le altre esibizioni, la britannica Laura Mvula ha tenuto grande presenza scenica anche quando è scesa dai trampoli che la ingessavano un po’. Si muove in un terreno vasto di orchestrazioni che attingono tanto dal gospel quanto dal pop barocco o da quello elettronico alla Imogen Heap. Ma la sensazione è di non avere capito benissimo quello che ho ascoltato. Invece ho inteso bene il bravo ed esageratamente bello Roberto Fonseca, pianista cubano che ricordavo già dall’edizione di due anni anni fa, quando si era esibito con Fatoumata Diawara. Sono riuscita a seguire solo un paio di pezzi latin jazz e mi è sembrato un ottimo intrattenitore.



E per finire, un coup de foudre per la coreana Youn Sun Nah, che quando parla sembra la nonna di Confucio ma quando canta diventa la tigre della Malesia. A fatica ho abbandonato il suo concerto per raggiungere Herbie Hancock. Nel 2010 ha confezionato una versione di Enter Sandman dei Metallica, con l’accompagnamento del suo storico chitarrista Wolf Wakenius, che mi ha sbloccato tutti i chakra.

Per quest’anno è tutto e non è poco. Grazie della festa, Nizza.


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Live a Milano – Luglio 2017

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Bachelite Outsound Music Festival al Giardino delle Culture

Quanto sudore in questo luglio 2017, bisogna rinfrescarsi nei fiumi di musica in calendario, che è ricchissimo. Tanto che tocca fare un bonus alla solita lista di 6 concerti, un + 4 che prevede: Birthh Venerdì 7 al DopoLavoro Besana, Francesco Tristano Sabato 22 alla Triennale, Wire Martedì 25 al Magnolia, Robert Glasper Experiment Giovedì 27 al Carroponte. Splash.


Andrea Laszlo De Simone – Sabato 1, Il Chiostro d’Estate

Capellone, Battistiano e Ivan Graziano, da approfondire


Summer Whispers – Giovedì 6 + Venerdì 7, Pirelli HangarBicocca

Mini festival (6 artisti in 2 serate), musica da guardare, per fare colpo se lui/lei se la tira un po’


Kurt Vile – Martedì 11, Triennale

Molleggiato, lo-fi e americana, faccio cose


Tinariwen – Mercoledì 12, Villa Arconati

Maliani, desert rock, per aprire gli orizzonti


Warpaint – Giovedì 13 luglio, Carroponte

Belle e brave, ottimamente prodotte, (retro)gusto gotico-melodico


Valerie June – Domenica 23, Magnolia

Da Memphis, blues-folk, per darsi una mossa

 

Ragazze, facciamo la storia?

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Foto qui

Che sollievo, ogni tanto la ruota gira e anche per chi in genere non conosce i riflettori arriva il momento di vivere un quarto d’ora di gloria. Questa volta è andata bene per Tornareccio, un paese nella provincia di Chieti, in Abruzzo. Non ci speravo l’anno scorso quando scrivevo un articolo a proposito della Girls Rock Camp Alliance, una vibrante iniziativa nata negli Stati Uniti una decina di anni fa con l’intento di creare una rete di campi scuola musicali per ragazze. Alla base, l’idea che l’educazione musicale sia uno strumento per favorire l’autostima, la collaborazione e il coraggio in un momento tanto significativo e delicato della vita come gli anni tra i 10 e i 13, quando vorresti spaccare il mondo ma hai appena finito di imparare ad allacciarti le scarpe. Ebbene il campo finalmente si farà anche in Italia grazie all’intraprendenza di Hilary Binder, musicista e promotrice culturale di Washington DC che ha già fatto questa esperienza nella Repubblica Ceca e ha l’aria di sapersi muovere. Hilary è solare e visionaria e l’idea di una iniziativa di questo valore in un luogo dove in genere arrivano meno possibilità è entusiasmante. 

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Nella settimana del Lavinia Rock Camp (dal 3 all’8 luglio, durante il quale, in sintesi, le partecipanti impareranno le basi per formare una band, scrivere una canzone ed esibirsi) terrò un piccolo seminario sul giornalismo musicale femminile, di cui non si parla mai abbastanza. Forse anche perché di fatto c’è meno materia di cui parlare, essendo il mondo della scrittura critica musicale prevalentemente maschile e giusto un filo maschilista. E forse perché alla materia che c’è non viene dato lo spazio che meriterebbe. Ma non mi risulta che le donne siano scarse in quanto a caratteristiche essenziali per esercitare la critica o il giornalismo musicale: competenze, sensibilità, capacità comunicative, profondità di pensiero. Non sono una fanatica delle distinzioni di genere a tutti i costi, mi piacerebbe che il mondo fosse una palla morbida in cui ondeggiare al ritmo di di One Love, One Heart, ma come non prendere atto che le differenze esistono e allora ciò che di buono si può fare è esaltarle. Sono molto felice di fare parte di questa avventura.
Chiudo con le parole giustissime usate da Daniele Cassandro in un articolo per Internazionale sulla giornalista inglese Sylvia Patterson e in generale sulla scrittura delle donne in ambito musicale.

Ogni autrice ha la sua storia, la sua età, la sua cultura e il suo stile ma in comune vedo alcuni elementi di base. La liberatoria assenza di quella pedanteria enciclopedica che rende sgradevole buona parte del classico giornalismo musicale. E poi una capacità di far entrare nella loro scrittura il dato autobiografico, l’aneddoto personale, in certi casi anche una forma di lessico privato, senza mai cadere nell’irrilevanza e mantenendo salda una lucida visione d’insieme.
Le iscrizioni al Lavinia Rock Camp sono ancora aperte, tutte le informazioni le trovate qui, non perdete l’occasione di segnalare questa possibilità a qualche giovane rocker che vuole spaccare il mondo divertendosi.

Live a Milano – Giugno 2017

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Al Ligera in via Padova

 

Giugno (anche se era luglio) col bene che ti voglio, per le serate in bici verso i concerti all’aperto senza pensare troppo ai domani.


Weyes Blood – Lunedì 5, Serraglio

Tra Enya e gli MGMT, etichetta Mexican Summer (Ariel Pink, Connan Mockasin, Quilt), portatevi una landa deserta


Pond – Martedì 6, Circolo Magnolia

Australiani della stessa famiglia dei Tame Impala, poppsichedelici, estivi


I Casi – Mercoledì 7, Bachelite Outsound Festival

Milanesi, sperimentali con leggerezza, simpatici


Jon Hopkins – Venerdì 9, Circolo Magnolia

Inglese, elettronica melodica, collaborativo (da Brian Eno a King Creosote)


Algiers – Lunedì 26, Santeria Social Club

Soul militante, gospel punk, potenti


Tony Allen – 29, Orto Botanico Città Studi

Batterista nigeriano, pappa e ciccia con Fela Kuti, un grande da vedere live almeno una volta nella vita

Fallisci meglio

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Il braccio del tennista Wawrinka – foto qui

Vi è già capitato di imbattervi nella citazione di Samuel Beckett “Fallisci ancora. Fallisci meglio”?↓ Una frase dall’impatto dirompente che mi fa subito immedesimare ed esclamare devotamente sì Samuel, lo farò, imparerò dai miei sbagli.

Ora, nonostante la passione che ho per Beckett, un uomo che ha segnato la mia adolescenza con mezzi più corroboranti dell’hot yoga di cui dispongo ora (a un certo punto ho anche immaginato di chiamare i miei figli Didi e Gogo citando Aspettando Godot ma per fortuna ho solo due cani di peluche e cartapesta), so di non averci capito veramente molto di quell’universo nonsense. Vuoi anche per l’allora giovane età, in cui nonostante lo spleen delle difficoltà adolescenziali, non sono mai riuscita a empatizzare davvero con un visione così cupa delle cose, con tutto il domani che ancora attendeva. Non che ora sia tanto lucida ma grazie a uno sguardo più allenato e servendomi di approfondimenti fatti da studiosi seri, mi rendo conto che la citazione di Beckett è usata in genere con grande slancio ottimistico. Invece nel testo da cui è tratta non c’è traccia di incoraggiamento a fare meglio, anzi, se è possibile la situazione si mette ancora peggio che nella carriera intera del guru irlandese: si è solo a un passo dalla fine che tutto pacifica e sublima. Olé.

Faccio questa divagazione oltre le mie possibilità perché di recente sono incappata spesso in situazioni di fraintendimenti, anche in ambito musicale. Mi riferisco per esempio a Here Comes Your Man dei Pixies, orecchiabile e apparentemente scanzonato pop che a leggere il testo, invece, parla di quei poveri diavoli in cerca di lavoro che all’inizio del novecento morivano sui treni californiani dei pendolari durante i terremoti.

Ma penso soprattutto a quello splendore di canzone che è Aguas de Março che da questa parte dell’emisfero significa l’immediato richiamo all’inizio della bella stagione e all’idea di rinascita dopo l’inverno tempestoso. Marzo pazzerello, sole e ombrello, e però intanto ci scrolliamo di dosso quella mosceria della vita passata a bere tisane calde. Invece no, non è così perché nel marzo del 1972, quando ha scritto questa canzone, Antonio Carlos Jobim era a casa sua in Brasile, dove il clima è tropicale e marzo coincide con l’inizio della stagione delle piogge. Cioè come l’inizio di novembre in questa parte di emisfero. In più ‘O maestro’ era abbastanza acciaccato e il medico gli aveva ordinato assoluto riposo. Daltronde é o fim do caminho è un verso inequivocabile. La fine della fatica, forse un po’ come intendeva Samuel. Anche se poi invece Tom stava toppando alla grande con tutto quel senso lugubre di fine imminente perché è campato ancora 25 anni, ha fatto altri figli con una nuova moglie e si è buttato in nuove felici collaborazioni artistiche. Ma allora, non scherziamo, il mondo non è forse solo una gigantesca palla da tennis che rimbalza qua e là da interpretare come caspita ci pare?

↑ “Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better”, da Worstward Ho

Live a Milano – Maggio 2017

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Cose che capitano quando si sceglie di scegliere, nella selezione dei 6 purtroppo mi capita spesso di lasciare fuori dei concerti interessanti. Questo mese è toccato a Sleaford Mods, Sabato 27 in Santeria Social Club, che spero di non mancare.


Lilly Hates Roses (+ Nicola Savi Ferrari) – Mercoledì 3, Cicco Simonetta

In due dalla Polonia, al secondo album indie folk, immagino lei in una cover di Joe Le Taxi


The Sonics – Giovedì 4, Magnolia

Di cosa stiamo a parlà, la storia del garage rock, Some folks like water / Some folks like wine / But I like the taste / Of straight strychnine (hey hey)


No More – Sabato 6, Black Hole Milano

Glam-Kraut, dalla Germania, per amarcordisti in nero


Pietro Berselli (+ Pieralberto Valli) – Giovedì 11, Base

Post rock, bresciano, per la rassegna Italica


Cristobal and the Sea – Giovedì 11, Magnolia

Caleidoscopici per suoni e provenienze (Spagna Portogallo Inghilterra Francia), etnopop, estivi


Bugo (+ Cesare Livrizzi) – Giovedì 18, Arci Ohibò

Tra il meglio del rock melodico italiano, un po’ allucinato, di certo libero


 

 

Chi non lavora non fa l’amore?

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Alle 19.45 di un venerdì l’ascensore dell’ufficio puzza di mandarino per colpa tua. Mentre sei in discesa libera verso la vita vera ecco una fermata improvvisa, le porte si aprono e sulle note dei santi che stai elencando entra il viscidone del settimo piano, quello che è sufficiente che tu non sia uno scaldabagno. Con lo sguardo scorri il gessato dall’alto in giù fino ai mocassini mosci. Ma come ti sei ridotta? Ha qualcosa di quell’amico dei tuoi della casa al mare di vent’anni fa, quello del golfino salmone sulle spalle. In mezzo a una carrellata di banalità a un certo punto infila un “facciamo un pezzo di strada insieme?”. Preghi di non incrociare anima viva sul tragitto e in un attimo sei già carne da ribaltabile (per lui ancora attualissimi). Se ci fosse la filodiffusione nel mondo a questo punto partirebbe Let’s stick together di Bryan Ferry, l’unica stella del firmamento dandy all’altezza di un colpaccio da pianobar. Che resti qui, nell’attraversamento di questi sette piani: a te quel vermone piace.

Let’s stick together nasce però con una allure più castigata rispetto alle sue vite successive, passando più o meno dallo status di inno celebrativo del sacro vincolo del matrimonio a manifesto del primo maggio. Appare per la prima volta nel ’62 nella versione del bluesman Wilbert Harrison, con scarsissimo successo di classifica. Il testo, in realtà lo stesso usato poi da Ferry nel 1976, parlava di “doveri coniugali” con un risvolto patetico che chiamava in causa i figli e il loro “bene” You know we made a vow / To leave one another never / Now if you’re stuck for a while consider our child / How can it be happy without its ma and pa. 

Una manciata di anni più tardi, nel 1969, qualcuno nell’entourage di Harrison deve avere pensato che ci si poteva riprovare proponendo un testo rivisitato con un messaggio più paragnosta. Il mondo stava cambiando e la strategia vincente si rivelò quella di cavalcare l’onda delle rivoluzioni culturali all’insegna di ideali comunitari. Di questa rinnovata chiave di lettura ne approfittarono anche i californiani Canned Heat con la loro versione blues-rock che divenne una hit della stagione. Con l’esortazione Lavoriamo insieme si faceva riferimento davvero a braccia da rubare ai campi, alla condivisione di valori, all’unione (morale) che fa la forza.

Quando poi nel 1976 fu la volta dello sparviero Bryan invece era ormai tempo degli ammiccamenti del glam rock. Qualcuno del suo entourage deve aver pensato di ripristinare il testo originale che puntava sull’intesa di coppia e di dare spazio a un sassofono invece che a chitarre e armoniche, più in linea con i tempi. Nel video della canzone Ferry interpretava i panni dello sposino mandrillone assieme a una felina Jerry Hall, all’epoca sua compagna. L’aveva incontrata per lo shooting dell’album Siren dei Roxy Music. Ma non durò molto, giusto il tempo di far arrivare Mick Jagger che invece i doveri coniugali li ha potuti rivendicare davvero per una decina d’anni. 

6 canzoni a Mare

 

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Arrivata alla soglia degli 80 Elza Soares può ben dire di avere vissuto come in una telenovela, di quelle che ti incollano allo schermo ma di cui si salterebbero volentieri alcuni episodi. Esplosiva signora della musica popolare brasiliana, è una che mai l’ha mandata a dire. Così anche nell’album che ha pubblicato circa un paio di anni fa, dove circolano ancora vibrazioni da pelle d’oca. In apertura i versi della poesia Coração do Mar, scritta dal poeta modernista Oswald de Andrade, spesso citato anche dal movimento tropicalista, ci immergono in acque torbide. Si parla delle navi negriere del colonialismo che hanno macchiato di sangue il mare, terra che unisce e divide, che nessuno davvero conosce.

Questo breve viaggio è per dire che mentre preparo il laboratorio sulla comunicazione nei blog musicali per Mare culturale urbano sto pensando ai tanti volti del portentoso elemento della natura. Personalmente mi rivedo intabarrata in una orribile giacca a vento gialla, permeabilissima, quando da ragazzina mi andavo a leccare le prime di una lunga serie di ferite amorose a casa di mia nonna, in un paese sulla costa adriatica. Scrutando l’orizzonte avrei giurato che la fine del mondo era lì a cento metri di distanza. Da quell’istantanea in poi le immagini si moltiplicano e per fortuna si rallegrano anche. Alcune di queste fanno da scenario alle 6 canzoni della piccola playlist a Mare, una colonna sonora per tutti noi navigatori che, anche grazie alla musica, speriamo che presto arrivi  quel momento in cui saremo di nuovo felicemente disorientati.


Sea of Love – Robert Plant e The Honeydrippers

Una canzone del 1959 tra le più coverizzate dal firmamento musicale – anche da Cat Power per la colonna sonora del film Juno –  che ha trasformato Robert Plant nel crooner di Ibiza.

 


Me on the Beach – Nagisa Ni Te

I Nagisa Ni Te non avranno cambiato la storia del rock ma con il loro nome (e l’album omonimo) che in inglese si traduce Me, on the beach, hanno sognato e omaggiato Neil Young. E si sono fatti cantare anche da Jens Lekman.


La mer – Julio Iglesias

Il grande classico di Charles Trenet nella versione Love Boat del pirata di tutti i mari sexy: Julio Iglesias.


Ocean Songs – Dirty Three

Qui c’è la magia di un intero concept album, creato dal trio australiano, datato 1998, prodotto da Steve Albini. Una specie di rock da camera dove il violino di Warren Ellis ci guida come una sirena in esplorazione dei (nostri) fondali.


Dolphins – Fred Neil

Canzone incredibile. Strano pensare a Fred Neil soprattutto per Everybody’s Talkin dal film Un uomo da marciapiede quando si apprende che il suo amore per i delfini era molto più grande. Negli anni settanta ha abbandonato le scene proprio per dedicarsi alla salvaguardia degli animali e ha contribuito anche alla fondazione del Dolphin Project.


Domenica – Lucio Leoni

Sento il bisogno di giullari come Lucio Leoni che sappiano fare la rivoluzione anche in una pigra domenica al mare. Mettici, poi, che da romana qualche namo e famo mi scappa sempre.