Non vedi che lei non ci sta?

Chi l’avrebbe mai detto che nel 2016 la vita avrebbe tenuto in serbo per noi l’apericena, il momento della fusione a perdere di due concetti già belli e completi nella loro individualità: l’aperitivo prima e la cena dopo. Sarà che abbiamo fatto tutto e siamo nell’era dei post, non ci restano che nuove, raccapriccianti, combo. Ma spesso è proprio all’apericena che può essere reperibile un certo tipo di esemplare piacione moderno. Ci vuole far credere di essere stato trascinato, infatti lui ha altri mille eventi molto meglio, però, già che c’è, arraffa nachos e insalata di farro e ammicca pure alle gambe del tavolo. Intanto voi, che sul serio siete stati portati di peso in quel locale, assistete alla scena scivolando nell’evidenza: non esistono più i piacioni di una volta. E peggio ancora, non esiste più neanche il sottofondo musicale all’altezza. Passi il farro, ma sopravviverete al remix buddha bar del best of Mengoni?

Invece, quando una trentina di anni fa si faceva sul serio, e si andava in discoteca o al pianobar, il piacione alfa esisteva davvero. Si chiamava Giuseppe Chierchia, alias Pino D’Angiò, made in Pompei. Nei primi anni ottanta viene buttato sul palco in camicia sbottonata su pelo increspato e sigaretta accesa tra le dita. Ha il riccetto malandrino e canta un rap mandrillo dal titolo Ma quale idea, il cui incipit L’ho beccata in discoteca con lo sguardo da serpente / Io mi sono avvicinato lei già non capiva niente è manifesto programmatico. Cronaca di un rimorchio, in sostanza. Riassumendo: lui la aggancia in discoteca, la raggira a squalo e com’è come non è, riesce a portarsela a casa. Ma quando, ingrifatissimo, arriva al dunque, un coro greco che anticipa la tragedia imminente gli fa lo spiegone: ué Pino sveglia, lei non ci sta. Secondo noi se continui a ballare è meglio.



Anche se la serata va in bianco, il disco diventa un successo internazionale che vende ben dodici milioni di copie nel mondo. Pino è disinvolto e brillante, è uno che nelle interviste scandisce il tempo schioccando le dita, è maestro di acchiappo. A scanso di equivoci il lato B del singolo viene chiamato Lezioni d’amore. La sua fama di cantautore piacione arriva fino a Mina, per la quale qualche anno più tardi si cimenta nell’abbordo da supermercato scrivendo la canzone Ma chi è quello lì, il cui video vanta una strepitosa partecipazione di Monica Vitti. Poi, nel 2005 è il gruppo hip hop romano Flaminio Maphia a omaggiarlo reinterpretando Ma quale idea in chiave disco-romanesca, con il titolo abbreviato in Che idea.



Nonostante questi attestati di stima, forse non è ancora stato fatto abbastanza in patria per rendere merito a tanto patrimonio nostrano. Perché magari in Italia Pino non l’abbiamo capito davvero, mentre all’estero Ma quale idea è entrata a fare parte dell’olimpo delle hit funk, quando nel 2003 è stata inserita nel DVD World Tribute to the Funk, compendio enciclopedico della Sony Music. Ora però, proprio in questo 2016 che quell’esordio folgorante compie 35 anni, e che Pino ha appena pubblicato un nuovo album – Dagli Italiani a Beethoven – sarà il caso di rimediare. Più che un suggerimento è un imperativo: Balla!

Live a Milano – Novembre 2016

Cadono le foglie ma si moltiplicano le serate a Milano. Sulla scia di questo slancio di generosità, inauguro qui uno spazio dedicato ai live. Ho fatto una selezione di 6 concerti che penso valga la pena provare. Mollate netflix, si parte stasera.


Suuns – Mercoledì 2, Biko

Canadesi, krautrockeggianti, da viaggi


Cate Le Bon – Giovedì 3, Magnolia
Visionaria, aerea, a volte canta in gallese

Ilahn Ersahin’s Istanbul Sessions – Venerdì 4, Santeria Social Club
Vibranti, jazzy, cose turco-newyorchesi

Sophia – Lunedì 7, Arci Bellezza
Ancora vivi, struggenti, acustici


Nicolas Jaar – Giovedì 24, Alcatraz
Galvanizzante, under 30, latino

Peaches – Lunedì 28, Magnolia
Su di giri, No Filters, oltre l’house

6 canzoni da Nobel

6 canzoni su 600. La traduzione dei versi alla volemose bene chiaramente è mia.


Bobby Brown Goes Down – Frank Zappa

Se finora abbiamo tifato Frank for President io mi spingo senza indugio fino allo slogan Frank for Nobel. Bobby Brown è il modello del ragazzo americano sportivo e belloccio, il sogno delle cheerleader. In realtà misogino e spocchioso, il suo castello di stereotipi si infrange nel momento in cui incontra Freddie la femminista. Polemica garantita, che in effetti ci fu da tutti i fronti. Era il 1979 e l’album Sheik Yerbouti.

Am I a boy or a lady… I don’t know which (Sono un uomo o una donna… non lo so)


Cuccurrucucú Paloma – Tomas Méndez

Canzone composta nel 1954 dal messicano Tomas Mendez che parla del dolore per la perdita di una persona. Nella versione di Caetano Veloso è ancora più lieve e struggente al tempo stesso. Come valore letterario aggiunto non è da sottovalutare l’onomatopea del verso della colomba (cuccurrucucú).

Juran que esa paloma / No es otra cosa mas que su alma / Que todavía la espera / A que regrese la desdichada (Giurano che questa colomba non sia altro che la sua anima che aspetta ancora che la poveretta ritorni)


 Hejira – Joni Mitchell

Joni è la mia numero uno e sono eccessivamente di parte. Ma non c’è dubbio che i suoi testi siano tra i più zeppi di riferimenti colti dagli anni Settanta a oggi. Peccati originali, re e profeti, anche io che bazzico molto le sue canzoni spesso non ci capisco un emerito. Questo caso invece è alla mia portata. L’Egira è la migrazione di Maometto dalla Mecca a Medina. Composta dopo un viaggio da sola in auto dal Maine a Los Angeles, e già questa è poesia, racconta la magia di certi percorsi con se stessi.

There’s comfort in melancholy / When there’s no need to explain / It’s just as natural as the weather / In this moody sky today (La malinconia ci fa sentire meglio quando non c’è bisogno di spiegare, è semplicemente naturale come il tempo in questo cielo lunatico di oggi)


Hallelujah – Leonard Cohen

No Hallelujah non è di Jeff Buckley ma di Leonard Cohen. Si dice abbia impiegato anni di taglia e cuci per scriverla fino alla sua pubblicazione, nel 1984. Racconta dell’epifania, in quanto manifestazione del ‘divino’, da interpretare come meglio si crede seguendo gli spunti che dà Leonard: sesso, religione e musica.

And even though it all went wrong / I’ll stand before the Lord of Song / With nothing on my tongue but Hallelujah (E anche se tutto è andato storto mi troverò al cospetto del signore della canzone e non potrò dire altro che Hallelujah)


Princesa – Fabrizio De André

Compie vent’anni lo splendore di Anime salve che contiene questo brano scritto con Ivano Fossati (come il resto dell’album). De André aveva il dono di saper raccontare storie illuminandole. In una strofa ti raccontava una parabola e nel passaggio da Fernandinho a Princesa c’è la sacralità della vita.

Nel dormiveglia della corriera / lascio l’infanzia contadina / corro all’incanto dei desideri  / vado a correggere la fortuna


The Revolution Will Not Be Televised – Gil Scott-Heron

Se cresci nel Bronx degli anni settanta con dentro il fuoco dell’azione e della parola insieme non puoi che diventare un’icona. Scrittore, musicista, attivista, sbandato totale, noto per l’uso di spoken word, ovvero poesia su musica. Questa canzone del 1970 coincide con il suo esordio musicale dopo i primi passi da narratore dei diritti degli afroamericani.

The revolution will not go better with Coke / The revolution will not fight the germs that may cause bad breath / The revolution will put you in the driver’s seat (La rivoluzione non andrà meglio con la Coca. La rivoluzione non sconfiggerà i germi causati da una cattiva respirazione. La rivoluzione ti metterà al posto di guida)


Ascolta, pensa, (forse) scrivi

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In questa lunga estate calda, tra giugno e luglio, ho tenuto un seminario di ben dodici ore al Master di Musica della Luiss Business School di Roma. L’argomento aveva più o meno a che fare con quello che mi accanisco a fare spesso, scrivere di musica in rete. Mentre lo facevo, a volte mi è balenato in mente Antoine quando negli anni sessanta cantava: Tu sei buono e ti tirano le pietre / Sei cattivo e ti tirano le pietre / Qualunque cosa fai, ovunque te ne vai sempre pietre in faccia prenderai…  Ma stando esattamente così le cose, non vale dunque la pena di fare quello che ci pare?
Non so se questo laboratorio sia stato davvero utile o interessante per gli studenti che l’hanno frequentato ma posso dire di esserne uscita 1) viva e soddisfatta e 2) sempre più convinta che non ci si debba per forza affidare ciecamente a quello che fanno gli altri. La scelta che fa la differenza è, spesso, la propria.
Ho provato empatia per i ragazzi da subito, cioè dall’istante in cui mi hanno lanciato sguardi sgranati probabilmente pensando che non sarebbero tornati mai più. In effetti qualcuno si è presto dissolto. E chi è rimasto credo abbia continuato a chiedersi: di cosa sta parlando questa? Per fortuna ho avuto la discreta idea di far dire tante cose – belle – più a loro che a me.
Ma un paio di concetti li ho tentati anche io e sono felice quando ho l’occasione di tirarli nuovamente fuori.
Uno è che la musica si può raccontare, sfidando la mitica affermazione pluriattribuita (a Frank Zappa, Elvis Costello, Thelonious Monk e altri ancora) secondo cui parlare di musica è come ballare di architettura. Penso invece che se ne possa parlare sensatamente, come di un’emozione, di un’idea, di una storia, di un ingranaggio. Con i limiti del caso ma anche con tutti i frizzi e lazzi che quei limiti ci portano ad attivare, se vogliamo centrare il punto ed essere considerati da chi ascolta o legge.
Un altro è che non dobbiamo parlarne a tutti i costi. Se ci viene il dubbio di non avere niente da dire, il silenzio sarà una melodia potentissima. Potrebbe capitarci di avere l’impulso incontenibile di recensire chiunque, anche il vicino che canta sotto la doccia. Allora perché no, nessuno ce lo impedisce, buttiamo pure giù qualche riga. Poi però non sarebbe male lasciare quelle riflessioni a decantare un po’ prima di diffonderle. E una volta rilette, il resto verrà da sé. Si spera.
Queste sono 6 canzoni di artisti che ci siamo raccontati in aula e se non sbaglio proprio in quest’ordine. Ascolta di qua e decostruisci di là, grazie alle cose che ci siamo detti ai miei occhi si sono accese di una luce nuova.

Bring the Noize – M.I.A.


Pedestrian at Best – Courtney Barnett


Mizu – Nippon Eldorado Kabarett


Wake Up – Arcade Fire


Avvelenata – Francesco Guccini


Bring the Noise – Public Enemy

6 canzoni per questa estate

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Mr Bongo, 1989-2014


É o poder – Karol Conka

Alla vigilia delle Olimpiadi brasiliane non riesco a evitare di ripassare un po’ di tropicalia, brazilian beat e lo sfavillante catalogo dell’etichetta inglese Mr Bongo che dal 1989 diffonde musica dal mondo. Nella sua scuderia c’è anche la rapper Karol Conka, la M.I.A. di Bahia.


Pet Life Saver – I Giardini di Mirò

In autunno, per il suo quindicesimo compleanno, verrà ristampato dalla 42 Records il loro album d’esordio Rise and Fall of Academic Drifting. Salvate la data, perché I Giardini di Mirò (Joan, il pittore spagnolo) dalla provincia di Reggio Emilia hanno fatto la storia dell’indie italiano. Una canzone come questa non può mancare nella penombra estiva.


Xenia Rubinos – Mexican Chef

Un video così brutto l’ho visto raramente in vita mia ma Xenia Rubinos ha un gran bel personalino, in tutti i sensi. Nel suo primo album, appena uscito, Black Terry Cat: origini portoricane e cubane, nu soul misto a hip hop e polemica razziale. Brown walks your baby / Brown walks your dog / Brown raised America in place of it’s mom.


Inga – Infinity

Quando ascolto questa canzone mi sembra di infilarmi sotto il piumone e buonanotte. Un po’ perché Inga è una parola svedese che significa niente e questo già mi rilassa. Un po’ perché Sam Gendel, che è il giovane musicista americano di formazione jazz dietro a questo nome, è bravo a creare atmosfere. Ora l’unico sforzo da fare essendo agosto sarà immaginare di essere su un materassino invece che su un materasso.

 


Anomalie –  Louise Attaque

Trovo che una delle cose migliori di questo 2016 sia il ritorno dei Louise Attaque (gruppo francese degli anni novanta prodotto da Gordon Gano dei Violente Femmes). Il ritornello mi fa pensare alla pubblicità di un suv lanciato nel deserto ma mi piace e così il resto dell’album che ha una vitalità che l’estate se la magna. E poi facciamo nomi e cognomi: Gaëtan Roussel.


The Living Dead – Laetitia Shériff

Noise d’Oltralpe. Ancora dalla Francia, ancora una donna. Io l’ho scoperta ora ma pubblica dischi già dal 2004 e per ora ne ha all’attivo ben sei. Più un ep dell’anno scorso, The Anticipation, che contiene The Living Dead. Notevole, da provare live.


 

David Bowie è e sempre sarà

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Entrando nel MAMbo di Bologna sono uscita dal lutto per David Bowie. Solo allora mi sono accorta che è durato più o meno sei mesi, circa il doppio di quello che si porta per nonni e cognati, leggo su un sito di galateo funebre. Ma non l’ho fatto apposta, è stato un processo del tutto spontaneo dovuto al fatto che quando mi capitava un qualsiasi riferimento a Bowie, un video, un articolo, un amico che commentava l’accaduto, andavo in tilt come quando mi chiedono di fare una divisione a due cifre e non volevo saperne nulla. Un vero rifiuto. E non quello che si oppone alla morte di una persona ma come per la fine di un’idea, che poi è quella su cui si basa l’universo: il concetto di evoluzione. Credo che avrei provato una sensazione simile in occasione della morte di Frank Zappa che però è avvenuta quando ancora le gioie dell’universo zappiano non mi erano note. Senza deviazione dalla norma il progresso non è possibile, diceva Frank. Senza sperimentazione non c’è evoluzione. Si rimane lì sul divano nella comfort zone di sempre che serve solo a stabilizzare l’umore.

In un punto particolarmente affollato del MAMbo, circa a metà del percorso della mostra, da un piccolo schermo una attempata signora parla della sua personale esperienza bowiana al tempo di Ziggy Stardust. Dice una frase tipo una cosa simile non l’avevo mai vista, ha un’espressione vispetta e zampilla quel friccicore delle “prime volte”. Penso che Bowie fosse questo, una continua prima volta, una delle manifestazioni più brillanti, lungimiranti e affascinanti sulle scene degli ultimi quarant’anni del ciclo vitale delle cose che finiscono perché poi ne cominciano altre nuove.


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Nella mostra, il caleidoscopio delle mille identità viene illustrato attraverso un percorso di fasi tematiche, più che cronologiche, con annesse digressioni, ripetizioni, sovrapposizioni. L’approccio non è esattamente lineare ma consente di risalire agli albori dell’infinita produzione di Bowie, ricostruire una rete di interessi e fare piena immersione nelle fonti di ispirazione. Senza dubbio è una mostra ricchissima di materiale ed è sicuramente familiare anche per chi conosce poco l’onorato servizio che Bowie ha reso al mondo. La cosa sorprendente è che ci si emoziona intimamente anche se in realtà non viene tracciato il profilo di un uomo ma quello dell’artista. Si parla poco della sua privata in termini espliciti, più che altro vengono ricordati alcuni dati ma in funzione delle scelte pubbliche. Sembra assurdo dirlo guardando le immagini di David con gli zatteroni e la tutina monospalla di Yamamoto ma tutto questo ha un sapore british, in linea con la compostezza e il rigore di un professionista ma anche con il contegno aristocratico di un “Duca”. Any Fuss, nessun clamore, come aveva chiesto poco prima di andarsene perché voleva essere cremato senza cerimonia funebre.

Arrivata sulla soglia della penultima sala ho avuto la sensazione che non poteva finire così, che quel viaggio di circa due ore e mezza non mi sarebbe bastato. Dal centro della stanza dove si incrociano dei divanetti comodi solo per chi ha le gambe molto lunghe o molto corte, ho lanciato un’occhiata intorno e mi sono trovata circondata da manichini in costume e macroschermi che proiettavano sequenze di concerti. Mi sono seduta tutta storta, ho alzato il volume delle Sennheseir a disposizione dei visitatori e in un fulmine mi sono riconciliata coi divani, con la conclusione di quella mattinata, con il rodimento di non poter fare foto, con il gelo dell’aria condizionata sparata al massimo, con la vita intera fatta di spizzichi e bocconi ben oltre i limiti delle mura del museo. Di fronte a uno che ha regalato al mondo la sua visione speciale dagli occhi diversi.


Quando lui è più fico di te

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Tom Waits al Tropicana Motel – foto qui


Sul podio della mia lista dei desideri c’è la voce “vivere sei mesi in un albergo come una rockstar”. Penso a un posticino sul genere Chelsea Hotel – pace all’anima sua -, il leggendario, dove si sono ispirati, amati e drogati alcuni degli artisti e intellettuali che hanno fatto la storia del novecento. Ma ancora più del Chelsea, mi figuro avventrice della sua versione balneare: Il Tropicana Motel di Los Angeles sul Santa Monica Boulevard, “il Trop” per gli amici. Ora fa parte di una scialba catena senz’anima ma nei ruggenti anni sessanta e settanta di certo non ci andavi con la famiglia. Era dotato di un classico diner in stile americano, il Duke’s Coffee Shop, cugino esotico e se possibile più trucido del nostro Roxy Bar, amatissimo dai suoi clienti affezionati. Ma soprattutto disponeva del luogo dove vorremmo fare cose da vergognarsi anche solo a pensarle: la piscina con le mattonelle nere. Che di colori, in realtà, deve averne visti a nastro.


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Joan Jett al Tropicana Motel – foto qui


Io l’ho sempre immaginata così. Esterno notte 1977, rumore di qualche auto che passa lì davanti sul boulevard. Al centro, a farsi la nuotatina di mezzanotte nella piscina esistenzialista c’è Rickie Lee Jones. Pensate a un pezzo di bionda, sui 24, ugola d’oro a un passo dal successo stellare che da lì a un anno le avrebbe portato il suo primo singolo. In quel periodo faceva coppia fissa con tale Tom Waits. Gliel’aveva presentato il musicista Chuck E Weiss che lavorava come cameriere al Troubadour Club, da quelle parti, dove lei si esibiva. Quel primo fortunato singolo nasceva da questo strano triangolo: Chuck E’s in Love dice Tom a Rickie dopo una telefonata in cui Chuck gli racconta delle sue ultime prodezze amorose. Nel 1978 i due erano stati la meglio coppia del cucuzzaro. Nella copertina di Blue Valentine di Tom Waits, i due pomicioni sul cofano dell’auto sono loro, sullo sfondo Chuck a reggere il moccolo.



Rickie era una bomba. Basta vederla fulgida sull’album d’esordio che porta il suo nome, basco rosso di traverso (se non lo metto non mi riconoscono per strada, avrebbe detto) e il cigarillo come in una vecchia foto di suo padre, rivoluzionaria, femme fatale, bohémienne ribelle che da Chicago aveva già peregrinato per metà delle comunità hippy della California. Quella sera in piscina deve aver pensato qualcosa tipo: ammazza se mi ha detto bene. Lo racconta lei stessa in varie interviste. “Vivevamo dal lato ‘jazz’ della vita”. Improvvisazione e beata gioventù. Ma può succedere che sei nei 15 minuti di fama della tua vita e vai nel pallone perché non sai come gestire le cose. Poi, se conosci uno che pensi sia più fico di te son dolori. Ai tempi del loro incontro Tom era già al suo sesto disco, bello e dannato, una divinità agli occhi di Rickie. Ma lei le carte le aveva tutte. Rickie Lee Jones è un album notevole, registrato con dei fuoriclasse (Randy Newman, Jeff Porcaro), jazz qua, folk là e una vena ruffiana nel gusto retro. Invece è finita in caciara, troppi eccessi, troppe insicurezze.

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Rickie Lee Jones, foto qui

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Tom, Rickie e Chuck – foto qui


Il secondo album Pirates del 1981 è una ferita aperta dal passaggio del ciclone Tom. Quando la storia finisce lui è il Lucky Guy, quello che non si fa domande su cosa starà facendo lei, che non ha lo sguardo luccicante che ha lei quando parla di lui. She scares me to death, dichiarava Tom… L’atmosfera è straziante, il pianoforte, l’immagine di lui che ha già preso un’altra strada. Però Rickie è una che non molla, fatto il pianto si riparte. I’ll cry a while / But when I wake up / Tomorrow is a new day / I’m a lucky guy. Domani è un nuovo giorno.

 

Ti ho prestato l’ultimo di Erykah Badu

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Erykah Badu – foto qui

No Amy Winehouse, non si prestano i cd di Erykah Badu a un invertebrato che di buono ha solo la maglietta dei Beastie Boys (Beasties tee). Quante volte avrei voluto dirtelo ascoltando l’attacco di You sent me flying (Lent you Outsidaz and my new Badu…). Il problema era che lui si credeva rapper navigato mentre lei ascoltava il nu soul. Problema per lui ovviamente, perché le due cose non sono mica inconciliabili. Me lo immagino sotto flusso di coscienza biascicare che non potete più vedervi perché gliel’hanno detto i Public Enemy in sogno. Ma per fare un esempio con date alla mano, quando parlava di cd nuovi forse Amy si riferiva a Worldwide Underground (del 2003), che contiene un’Ode all’Hip Hop con tanto di video galvanizzante in cui Erykah ripercorre un po’ di tappe della storia del movimento. Stanotte glielo andasse a riferire il tipo ai Public Enemy. Se poi Amy intendesse riferirsi ad altri album non credo cambierebbe molto perché hip hop e neo soul – o nu soul, la stessa cosa – sono figli della stessa madre, diverse evoluzioni della “musica dell’anima”.



Proprio Erykah Badu ha consacrato il marchio nu soul debuttando nel 1997 con l’album Baduizm, miscuglio di R&B e soul che riproponeva tematiche classiche della musica afroamericana di sempre, cioè a grandissime linee, libertà, amore, fede. Il successivo Mama’s Gun avrebbe alzato ancora di più l’asticella, ampliando il raggio dei riferimenti tematici e musicali e raccontando storie di riscatto personale e sociale in chiave anche più jazz e funk che in precedenza. My dress ain’t cost nothin’ but seven dollars / But I made it fly, shit now I’ll tell you why / ‘Cause I’m cleva  (Cleva). Prego astenersi perditempo, qui si studia da regine.

A scrivere la storia del genere, prima di lei c’era stato solo l’apripista D’Angelo con l’album Brown Sugar, altro esordio da campioni. Poi una carriera in cui ha creato poche cose ma veramente buone, fino all’ultimo Black Messiah del 2014 che è piaciuto sia al pubblico sia alla critica. Personalmente però ho un debole per Vodooo, secondo dei suoi tre album. Primo, perché dentro c’è mezza discografia di Prince. Secondo, per un motivo strettamente musicologico: basta guardare il video di Untitled (How does it feel) per capirlo. “Una delle poche prove dell’esistenza di Dio” se proprio dobbiamo parlare di fede.



A completare una triade ideale del nu soul c’è la coreggente Lauryn Hill– anche se nei fatti di artisti se ne contano parecchi, e da ripescare con soddisfazioni, come la Alicia Keys di Songs in A Minor se volete concedervi qualche minuto di pelle d’oca. The Miseducation of Lauryn Hill, un titolo un programma. Un chiaro invito ad attivare testa e cuore in un processo di rieducazione personale e culturale solo apparentemente edulcorato. I wrote these words for everyone who struggles in their youth / Who won’t accept deception, instead of what is truth (Everything is Everything)Era il 1998 ed era un altro debutto eccellente, siamo ancora lì. In questo caso però si trattava di un esordio da solista perché Lauryn aveva già un passato artisticamente denso con i Fugees, in un percorso a fasi hip hop e soul invertito rispetto a quello di Erykah Badu. E guarda un po’ i fatti strani della vita, i Fugees hanno battezzato gli Outsidaz ospitandoli nel loro album The Score. Magari si saranno rincontrati tutti da Amy Winehouse, dove speriamo siano tornati i cd prestati a quello con la maglietta dei Beastie.



6 canzoni inglesi

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The Kinks – foto qui


Waterloo Sunset – The Kinks

Ray Davies racconta che quando scrisse Waterloo Sunset nella seconda metà degli anni sessanta non pensava a Terence Stamp e Julie Christie – la coppia di attori glamour del momento – come suggeriva la stampa bensì a a sua sorella con il fidanzato che “camminavano nel futuro”. Millions of people swarming like flies ‘round Waterloo underground / But Terry and Julie cross over the river / Where they feel safe and sound / And they don’t need no friends / As long as they gaze on Waterloo sunset / They are in paradise. Senza e con i Kinks, Ray Davies ha scritto tanto sulla società britannica, prendendo di mira l’upper class e portando in primo piano le problematiche della classe operaia. Ma questa canzone più delle altre è un faro che illumina Londra.


I wanna be adored – The Stone Roses

Canzone di panza, canzone di sostanza. Il suono Madchester è ormai storia della musica non solo britannica. Movimento culturale nato a Manchester alla fine degli anni ottanta, ci deliziò per un decennio con il sogno di condividere l’immaginario giovanile con i coetanei oltremanica. Gli Stone Roses raccontavano esattamente quell’immaginario. Probabilmente sono proprio un gruppo sopravvalutato, come molti dicono, ma quel miscuglio di edonismo, psichedelia e vena acid era davvero manifestazione di quei tempi.


Glad to be gay – Tom Robinson

A proposito di movimenti e di fine degli anni ottanta, parallelamente alla scena di Manchester, in Inghilterra un gruppo di musicisti politicamente impegnati creava il collettivo Red Wedge. Capofila, ovviamente, era Billy Bragg, noto per il suo attivismo, affiancato da Jimmy Somerville e Paul Weller. Il fronte era quello laburista e la speranza era di introdurre le tematiche sociali tra le fila delle nuove generazioni. Tra gli artisti che aderirono ci fu anche Tom Robinson, che la sua posizione più chiara di così non poteva dirla. Glad to be gay fu scritta per il gay pride di Londra del 1976.


Time for Heroes – The Libertines

Il gruppo del chiacchieratissimo Pete Doherty, versione anglosassone degli americani Strokes, ha debuttato nel 2002 con l’album Up the Bracket per Rough Trade, madre delle etichette indipendenti UK. Time for Heroes si riferisce agli scontri londinesi del May Day del 2000: un disco che non prospetta scenari rivoluzionari come Sandinista! (the stylish kids in the riot sono lontani dalla working class di The Magnificient Seven) ma può vantare la produzione di Mick Jones dei Clash.


Let England Shake – PJ Harvey

La Signora del rock contemporaneo in veste di cantastorie nazionale. Nel 2011 PJ Harvey scriveva un album in cui narrava le (dis)avventure belliche del suo paese con una potenza espressiva che trascendeva le coordinate spazio temporali. Ed erano solo le prime pagine di un nuovo capitolo ‘popolare’ che ha continuato a scrivere nell’ultimo The Hope Six Demolition Project. Il nonsense della guerra e il torpore da cui è necessario svegliarsi. The West’s asleep, let England shake / Weighted down with silent dead.


She’s beyond good and evil – Pop Group

Punk primitivo sperimentale da Bristol. Dei Pop Group amo la contaminazione punk, jazz, dub e funk, affine al suono delle londinesi Slits. Con loro, tra l’altro, collaborarono nel 1980 alla realizzazione del singolo In the beginning there was rhythm / Where there is a will. Enjoy.

People from Ibiza

Le uniche 24 ore della mia vita che ho passato a Ibiza ho preso un’insolazione con brividi e vomito per una notte intera ma so per certo che c’è gente che ci va e fa tutte quelle cose per cui l’isola delle Baleari è famosa nel mondo: si diverte. Ricordo le foto di amici appena tornati dal viaggio ho paura a contare quanti anni fa. Scatti di scena di Almodovar: vestiti catarifragenti, occhialoni a specchio, creste, una specie di omaggio al tormentone culto del 1984 People from Ibiza di Sandy Marton  che solo ora scopro non essere festivalbaregno bensì croato. Such a crazy band like my friends from wonderland cantava con credibilità Sandy dentro un camice da chirurgo.


SANDY MARTON

Sandy Marton – foto qui


Circa quindici anni più tardi, nel 1999, nei Club di Ibiza spopola un altro tormentone: Sing it Back del duo anglo irlandese Moloko, nel remix del produttore house tedesco Boris Dlugosch (che ha messo mano anche a L’ombelico del mondo ma pure ai Daft Punk). Non esattamente il mio genere ma ammetto di subire il fascino di Róisín Murphy in tutte le sue manifestazioni. Quel successo in quel contesto era scritto nel destino. Róisín e Mark Braydon si erano conosciuti nel clima friccicarello di una festa, sebbene lo scenario fosse Sheffield, che di allegria ne sprizza come il 2 novembre. Lei lo abborda chiedendogli Ti piace il mio maglione? A lui evidentemente garba parecchio perché i due si fidanzano e la frase di Róisín diventa il titolo del loro primo album, Do you like my tight sweater? E per restare in clima festaiolo, scelgono di chiamarsi Moloko, come la bevanda a base di latte e anfetamine preferita da Alex in Arancia meccanica.



Sing it Back fa parte del secondo album dei Moloko, I am not a doctor del 1998. Il disco nel complesso non è una pietra miliare – come anche gli altri in realtà – e i due si caratterizzano come band dal singolo forte. Ma sanno bene come amalgamare elettronica, house e trip hop per creare prodotti dance di qualità e Róisín diventa sempre più brava. Tanto da mollare Mark come fidanzato e come partner artistico. Nel 2005 esordisce da solista con il raffinato, e non proprio commercialissimo, Ruby Blue. A distanza di 10 anni è arrivata al quarto album, Take Her Up To Monto, in uscita il prossimo luglio. Il primo singolo, bellissimo, è Ten Miles High e la regia del video è della stessa Róisín.