6 canzoni da Musical

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Catherine Deneuve e Françoise Dorleac, Les demoiselles de Rochefort. Foto qui

Non è servito a molto guardare La La Land, anzi: continuo a non farmi una ragione del successo dei musical. Evito i dettagli per non litigare con nessuno, ma preferisco ricordare Ryan Gosling avviluppato nello scorpione di Drive o per la sua prova dell’impagliato nella sedia di Jane Fonda sul set di Grace e Frankie. Nonostante i miei sentimenti controversi verso il genere – che so per certo essere condivisi da molti – non posso però fare a meno di cedere ad alcune colonne sonore tratte da musical. Ecco una selezione di 6 canzoni tratte da queste eccezioni. Fuoriserie esclusi, come l’epica cover della canzone di Solomon Burke Everybody needs somebody to love interpretata da John Belushi e Dan Aykroyd in The Blues Brothers di John Landis (che di capolavori ne ha generati diversi, da Animal House al video di Thriller di Michael Jackson).


Bjork, I’Ve Seen It AllDancer in the Dark

Il film di Lars von Trier è una mazzata senza scappatoie, lo era quando è uscito nel 2000 e lo è ancora riguardandolo oggi. Una tecnica per andare avanti nella visione è la costante estraniazione: non sta succedendo davvero, è solo finzione. Per fortuna c’è Catherine Deneuve. La sua figura è di sostegno a Selma/Bjork e a noi perché con il suo proverbiale charme controbilancia la disperazione del film come una colazione continentale alle undici del sabato mattina dopo una settimana stretti nella morsa del caffè al volo.
Poi c’è la colonna sonora industrial-swing di Bjork, bellissima. Sull’album SelmaSongs, I’ve seen it all è cantata in coppia con Thom Yorke.


Ballady I Romanse, Przyszlam do miasta The Lure

Il musical horror polacco del 2015 Córki Dancingu (The Lure per il pubblico internazionale), presentato e premiato al Sundance 2016, è flippante. Primo lungometraggio di Agnieszka Smoczyńska, ha come protagoniste due sorelle sirene che diventano le coriste di una band che si esibisce in un dancing un filo kitsch, come credo fossero tutti i dancing di Varsavia degli anni ottanta. Anche la colonna sonora ha come protagoniste due sorelle, Zuzanna e Barbara Wrońska, in arte le Ballady I Romanse. Le loro canzoni eurodance a metà strada tra Robyn e Alexia, sono elementi cardine del film e in quel contesto trash sono magnetiche come canti di sirene. Il disegno della copertina dell’album Córki Dancingu è della regista Smoczyńska.


Mina, Nessuno Urlatori alla sbarra

Non posso dimenticare la prima volta che da ragazzina ho visto la scena di Chet Baker che dormiva abbracciato alla tromba nella vasca da bagno mentre Mina dimenava caschetto e fianchi. Ho pensato fosse il massimo della trasgressione e ho sperato di passare anche io le mie serate da grande in mezzo a musicisti scapigliati. A ripensarci ora che si trattava di un musicarello… Il film è del 1960 per la regia di Lucio Fulci, un outsider difficile inquadrare in un solo genere, tra l’altro autore di testi di canzoni come 24 mila baci.


Michel Legrand, Les rencontres – Les demoiselles de Rochefort

Sono rimasta affascinata da Michel Legrand quando l’ho visto – e sentito – in Cleo de 5 à 7, il secondo lungometraggio di Agnès Varda incentrato su due ore di vita della cantante Cleo. La sua musica sprigiona una vitalità travolgente, sia sulle note felici sia su quelle stracciacuore. Ha composto principalmente per il cinema, dal classico della nouvelle vague Bande à part allo standard del musical Les demoiselles de Rochefort di Jacques Demy, la cui colonna sonora fu nominata all’Oscar nel 1967. E poi nel cast c’è pure il re del musical Gene Kelly.


Skid Row  La piccola bottega degli orrori

Frank Oz è il burattinaio che sta dietro a Miss Piggy dei Muppet ed è la voce di Yoda in Guerre Stellari. Ha diretto anche diversi film, come The Little Shop of Horrors nel 1986, commedia rock tratta dall’omonimo musical teatrale di Broadway, a sua volta basata sul film del 1960. La musica composta da Alan Menken è perfettamente in stile sixties con incursioni Motown. I personaggi principali sono il giovane fiorista nerd Seymour e la sua pianta carnivora Audrey II e nel cast ci sono anche Steve Martin e Bill Murray. Adorabile.


George Benson, On Broadway – All that Jazz di Bob Fosse

Nel 1980 All That Jazz di Bob Fosse ha incassato una manciata di Oscar tra cui quello per la colonna sonora a Ralph Burns (che si era già portato a casa la statuetta nel 1973 per Cabaret). La scena iniziale sulle note di On Broadway è giustamente un gran classico. La canzone è del ’63 ma la versione di Benson del 1979 l’ha resa un successo commerciale. Parla della determinazione di un chitarrista che vuole a tutti i costi sfondare a Broadway nonostante si stia rendendo conto che la sòla è dietro l’angolo.

Live a Milano – Febbraio 2017

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Tra i carri di Viareggio e fiori di Sanremo, Milano Live resiste! Ecco una selezione di 6 concerti per molti gusti.


Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Venerdì 3, Linoleum/Rock’n’Roll

Post-grunge, di Foligno (folignati, giusto?), giovani con esperienza decennale


Chris Brokaw – Lunedì 6, Gattò

Ex Codeine, chitarroso, munitevi di ferreo buonumore


Cass McCombs – Mercoledì 8, Biko

Cantautorato folk-rock, raffinato, mi si nota di più se mi metto in un angolo


Ebo Taylor – Domenica 12, Biko 

Gran personaggio ottantenne, afrobeater, per viaggiatori


Trentemøller – Mercoledì 15, Fabrique

Cinquanta sfumature di elettronica, visuale, anima gotica


Andy Shauf – Domenica 26, Magnolia

Realista con brio, romantico ma non appiccicoso, polistrumentista

Gli amici debosciati

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I Beastie Boys e Madonna, foto qui

Abbiamo avuto tutti quegli amici che alle feste bucavano il divano di nonna con le canne. Gli stessi che oggi, cresciuti più che altro di panza, si ricordano di chiamarci solo quando abbiamo un appuntamento con l’amica bona. Li disprezziamo e giuriamo che mai più. Ma alla fine non è pensabile sbarazzarcene sul serio perché ci fanno ridere e sappiamo che nel loro squallore si annida un tocco di genialità che accende la mente. Almeno la nostra.

Nella cricca di solito c’è un peggiore. Nel caso dei Beastie Boys si trattava di MCA, il Master of Ceremonies Adam Yauch. Nel decennio 1984-1994 I Beasties ne hanno combinate. Sono stati politicamente scorretti e polemici, tre pischelli bianchi che sfogavano i loro istinti bestiali scimmiottando l’atteggiamento da ghetto dei rapper afroamericani. Continuamente ubriachi e molesti, offensivi e sessisti. Adam Yauch non perdeva occasione per oltrepassare il fondo. Come nel 1985, quando ha regalato uno show delle sue parti intime durante lo storico Virgin Tour di Madonna, in cui i Beasties si esibivano nell’opening act (ed erano solo agli inizi della loro carriera). Non c’è che dire, la scelta del nome era stata puntuale: Beastie come Boys Entering Anarchistic States Towards Inner Excellence (ragazzi anarchici ma solo per raggiungere la perfezione interiore…). MCA ha talmente creduto in questo acronimo dal finale catartico da intraprendere una crociata in nome della liberazione del Tibet e dedicare alla causa l’organizzazione di eventi e concerti benefici.

Oltre a quello dell’attivismo politico Adam aveva il pallino della regia. Nei panni del suo alter ego Nathaniel Hörnblowér, filmaker svizzero virtuoso di jodel, ha girato video del gruppo come Intergalactic e So what’cha want, e nel 2008 ha fondato la Oscilloscope Laboratories, una casa di produzione e distribuzione cinematografica. Ha anche fatto da assistente a Spike Jonze per il video di Sabotage, un gioiello ispirato alle serie poliziesche degli anni settanta. A questo video è legato uno degli episodi più lisergici della carriera di Adam Yauch, in occasione della nomination di Spike Jonze come Best Director agli MTV Awards del 1994. La vittoria del premio da parte di Jake Scott per Everybody Hurts dei R.E.M. scatenò la delusione di Yauch che nei panni di Hörnblowér si intrufolò sul palco durante la premiazione e mise in scena una farsa delirante ma memorabile in difesa di Jonze che pietrificò la sala.

Ci sarebbe tanto ancora da dire su quei geni che sono stati i Beastie Boys. Ma in breve, dato che quest’anno a maggio cadrà già il quinto anniversario dalla scomparsa di Adam Yauch e visto che Sabotage usciva giusto il 28 gennaio, pensavo semplicemente che, nonostante tutto vada in direzione contraria, non si può smettere di lottare per il diritto di fare casino.

Live a Milano – Dicembre 2016

Eccoci di nuovo in zona Jingle Bells. Approfittiamo di 6 concerti prima che, come tutti gli anni a Natale, salti in aria il mondo.


Yussef Kamaal  – Sabato 3 Biko

In due, londinesi made in Gilles Peterson, urban jazz


Lydia Lunch – Domenica 4 Circolo Magnolia

Riot, parlatrice, decisamente un personaggio


Madeleine Peyroux – Martedì 6, Blue Note

Retro, bluesy, antistress


Black Milk & Nat Turner – Mercoledì 7, Biko 

Fusion hip hop, underground, per chi non deve chiedere mai


Adam Carpet – Sabato 10, Serraglio

Elettropostrock, ipnotici, milanesi


XIU XIU plays the music of Twin Peaks – Domenica 11 Serraglio

Flippanti, notturni, con qualcuno che vi ama così come siete


Non vedi che lei non ci sta?

Chi l’avrebbe mai detto che nel 2016 la vita avrebbe tenuto in serbo per noi l’apericena, il momento della fusione a perdere di due concetti già belli e completi nella loro individualità: l’aperitivo prima e la cena dopo. Sarà che abbiamo fatto tutto e siamo nell’era dei post, non ci restano che nuove, raccapriccianti, combo. Ma spesso è proprio all’apericena che può essere reperibile un certo tipo di esemplare piacione moderno. Ci vuole far credere di essere stato trascinato, infatti lui ha altri mille eventi molto meglio, però, già che c’è, arraffa nachos e insalata di farro e ammicca pure alle gambe del tavolo. Intanto voi, che sul serio siete stati portati di peso in quel locale, assistete alla scena scivolando nell’evidenza: non esistono più i piacioni di una volta. E peggio ancora, non esiste più neanche il sottofondo musicale all’altezza. Passi il farro, ma sopravviverete al remix buddha bar del best of Mengoni?

Invece, quando una trentina di anni fa si faceva sul serio, e si andava in discoteca o al pianobar, il piacione alfa esisteva davvero. Si chiamava Giuseppe Chierchia, alias Pino D’Angiò, made in Pompei. Nei primi anni ottanta viene buttato sul palco in camicia sbottonata su pelo increspato e sigaretta accesa tra le dita. Ha il riccetto malandrino e canta un rap mandrillo dal titolo Ma quale idea, il cui incipit L’ho beccata in discoteca con lo sguardo da serpente / Io mi sono avvicinato lei già non capiva niente è manifesto programmatico. Cronaca di un rimorchio, in sostanza. Riassumendo: lui la aggancia in discoteca, la raggira a squalo e com’è come non è, riesce a portarsela a casa. Ma quando, ingrifatissimo, arriva al dunque, un coro greco che anticipa la tragedia imminente gli fa lo spiegone: ué Pino sveglia, lei non ci sta. Secondo noi se continui a ballare è meglio.



Anche se la serata va in bianco, il disco diventa un successo internazionale che vende ben dodici milioni di copie nel mondo. Pino è disinvolto e brillante, è uno che nelle interviste scandisce il tempo schioccando le dita, è maestro di acchiappo. A scanso di equivoci il lato B del singolo viene chiamato Lezioni d’amore. La sua fama di cantautore piacione arriva fino a Mina, per la quale qualche anno più tardi si cimenta nell’abbordo da supermercato scrivendo la canzone Ma chi è quello lì, il cui video vanta una strepitosa partecipazione di Monica Vitti. Poi, nel 2005 è il gruppo hip hop romano Flaminio Maphia a omaggiarlo reinterpretando Ma quale idea in chiave disco-romanesca, con il titolo abbreviato in Che idea.



Nonostante questi attestati di stima, forse non è ancora stato fatto abbastanza in patria per rendere merito a tanto patrimonio nostrano. Perché magari in Italia Pino non l’abbiamo capito davvero, mentre all’estero Ma quale idea è entrata a fare parte dell’olimpo delle hit funk, quando nel 2003 è stata inserita nel DVD World Tribute to the Funk, compendio enciclopedico della Sony Music. Ora però, proprio in questo 2016 che quell’esordio folgorante compie 35 anni, e che Pino ha appena pubblicato un nuovo album – Dagli Italiani a Beethoven – sarà il caso di rimediare. Più che un suggerimento è un imperativo: Balla!

Ascolta, pensa, (forse) scrivi

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In questa lunga estate calda, tra giugno e luglio, ho tenuto un seminario di ben dodici ore al Master di Musica della Luiss Business School di Roma. L’argomento aveva più o meno a che fare con quello che mi accanisco a fare spesso, scrivere di musica in rete. Mentre lo facevo, a volte mi è balenato in mente Antoine quando negli anni sessanta cantava: Tu sei buono e ti tirano le pietre / Sei cattivo e ti tirano le pietre / Qualunque cosa fai, ovunque te ne vai sempre pietre in faccia prenderai…  Ma stando esattamente così le cose, non vale dunque la pena di fare quello che ci pare?
Non so se questo laboratorio sia stato davvero utile o interessante per gli studenti che l’hanno frequentato ma posso dire di esserne uscita 1) viva e soddisfatta e 2) sempre più convinta che non ci si debba per forza affidare ciecamente a quello che fanno gli altri. La scelta che fa la differenza è, spesso, la propria.
Ho provato empatia per i ragazzi da subito, cioè dall’istante in cui mi hanno lanciato sguardi sgranati probabilmente pensando che non sarebbero tornati mai più. In effetti qualcuno si è presto dissolto. E chi è rimasto credo abbia continuato a chiedersi: di cosa sta parlando questa? Per fortuna ho avuto la discreta idea di far dire tante cose – belle – più a loro che a me.
Ma un paio di concetti li ho tentati anche io e sono felice quando ho l’occasione di tirarli nuovamente fuori.
Uno è che la musica si può raccontare, sfidando la mitica affermazione pluriattribuita (a Frank Zappa, Elvis Costello, Thelonious Monk e altri ancora) secondo cui parlare di musica è come ballare di architettura. Penso invece che se ne possa parlare sensatamente, come di un’emozione, di un’idea, di una storia, di un ingranaggio. Con i limiti del caso ma anche con tutti i frizzi e lazzi che quei limiti ci portano ad attivare, se vogliamo centrare il punto ed essere considerati da chi ascolta o legge.
Un altro è che non dobbiamo parlarne a tutti i costi. Se ci viene il dubbio di non avere niente da dire, il silenzio sarà una melodia potentissima. Potrebbe capitarci di avere l’impulso incontenibile di recensire chiunque, anche il vicino che canta sotto la doccia. Allora perché no, nessuno ce lo impedisce, buttiamo pure giù qualche riga. Poi però non sarebbe male lasciare quelle riflessioni a decantare un po’ prima di diffonderle. E una volta rilette, il resto verrà da sé. Si spera.
Queste sono 6 canzoni di artisti che ci siamo raccontati in aula e se non sbaglio proprio in quest’ordine. Ascolta di qua e decostruisci di là, grazie alle cose che ci siamo detti ai miei occhi si sono accese di una luce nuova.

Bring the Noize – M.I.A.


Pedestrian at Best – Courtney Barnett


Mizu – Nippon Eldorado Kabarett


Wake Up – Arcade Fire


Avvelenata – Francesco Guccini


Bring the Noise – Public Enemy

6 canzoni per questa estate

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Mr Bongo, 1989-2014


É o poder – Karol Conka

Alla vigilia delle Olimpiadi brasiliane non riesco a evitare di ripassare un po’ di tropicalia, brazilian beat e lo sfavillante catalogo dell’etichetta inglese Mr Bongo che dal 1989 diffonde musica dal mondo. Nella sua scuderia c’è anche la rapper Karol Conka, la M.I.A. di Bahia.


Pet Life Saver – I Giardini di Mirò

In autunno, per il suo quindicesimo compleanno, verrà ristampato dalla 42 Records il loro album d’esordio Rise and Fall of Academic Drifting. Salvate la data, perché I Giardini di Mirò (Joan, il pittore spagnolo) dalla provincia di Reggio Emilia hanno fatto la storia dell’indie italiano. Una canzone come questa non può mancare nella penombra estiva.


Xenia Rubinos – Mexican Chef

Un video così brutto l’ho visto raramente in vita mia ma Xenia Rubinos ha un gran bel personalino, in tutti i sensi. Nel suo primo album, appena uscito, Black Terry Cat: origini portoricane e cubane, nu soul misto a hip hop e polemica razziale. Brown walks your baby / Brown walks your dog / Brown raised America in place of it’s mom.


Inga – Infinity

Quando ascolto questa canzone mi sembra di infilarmi sotto il piumone e buonanotte. Un po’ perché Inga è una parola svedese che significa niente e questo già mi rilassa. Un po’ perché Sam Gendel, che è il giovane musicista americano di formazione jazz dietro a questo nome, è bravo a creare atmosfere. Ora l’unico sforzo da fare essendo agosto sarà immaginare di essere su un materassino invece che su un materasso.

 


Anomalie –  Louise Attaque

Trovo che una delle cose migliori di questo 2016 sia il ritorno dei Louise Attaque (gruppo francese degli anni novanta prodotto da Gordon Gano dei Violente Femmes). Il ritornello mi fa pensare alla pubblicità di un suv lanciato nel deserto ma mi piace e così il resto dell’album che ha una vitalità che l’estate se la magna. E poi facciamo nomi e cognomi: Gaëtan Roussel.


The Living Dead – Laetitia Shériff

Noise d’Oltralpe. Ancora dalla Francia, ancora una donna. Io l’ho scoperta ora ma pubblica dischi già dal 2004 e per ora ne ha all’attivo ben sei. Più un ep dell’anno scorso, The Anticipation, che contiene The Living Dead. Notevole, da provare live.


 

David Bowie è e sempre sarà

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Entrando nel MAMbo di Bologna sono uscita dal lutto per David Bowie. Solo allora mi sono accorta che è durato più o meno sei mesi, circa il doppio di quello che si porta per nonni e cognati, leggo su un sito di galateo funebre. Ma non l’ho fatto apposta, è stato un processo del tutto spontaneo dovuto al fatto che quando mi capitava un qualsiasi riferimento a Bowie, un video, un articolo, un amico che commentava l’accaduto, andavo in tilt come quando mi chiedono di fare una divisione a due cifre e non volevo saperne nulla. Un vero rifiuto. E non quello che si oppone alla morte di una persona ma come per la fine di un’idea, che poi è quella su cui si basa l’universo: il concetto di evoluzione. Credo che avrei provato una sensazione simile in occasione della morte di Frank Zappa che però è avvenuta quando ancora le gioie dell’universo zappiano non mi erano note. Senza deviazione dalla norma il progresso non è possibile, diceva Frank. Senza sperimentazione non c’è evoluzione. Si rimane lì sul divano nella comfort zone di sempre che serve solo a stabilizzare l’umore.

In un punto particolarmente affollato del MAMbo, circa a metà del percorso della mostra, da un piccolo schermo una attempata signora parla della sua personale esperienza bowiana al tempo di Ziggy Stardust. Dice una frase tipo una cosa simile non l’avevo mai vista, ha un’espressione vispetta e zampilla quel friccicore delle “prime volte”. Penso che Bowie fosse questo, una continua prima volta, una delle manifestazioni più brillanti, lungimiranti e affascinanti sulle scene degli ultimi quarant’anni del ciclo vitale delle cose che finiscono perché poi ne cominciano altre nuove.


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Nella mostra, il caleidoscopio delle mille identità viene illustrato attraverso un percorso di fasi tematiche, più che cronologiche, con annesse digressioni, ripetizioni, sovrapposizioni. L’approccio non è esattamente lineare ma consente di risalire agli albori dell’infinita produzione di Bowie, ricostruire una rete di interessi e fare piena immersione nelle fonti di ispirazione. Senza dubbio è una mostra ricchissima di materiale ed è sicuramente familiare anche per chi conosce poco l’onorato servizio che Bowie ha reso al mondo. La cosa sorprendente è che ci si emoziona intimamente anche se in realtà non viene tracciato il profilo di un uomo ma quello dell’artista. Si parla poco della sua privata in termini espliciti, più che altro vengono ricordati alcuni dati ma in funzione delle scelte pubbliche. Sembra assurdo dirlo guardando le immagini di David con gli zatteroni e la tutina monospalla di Yamamoto ma tutto questo ha un sapore british, in linea con la compostezza e il rigore di un professionista ma anche con il contegno aristocratico di un “Duca”. Any Fuss, nessun clamore, come aveva chiesto poco prima di andarsene perché voleva essere cremato senza cerimonia funebre.

Arrivata sulla soglia della penultima sala ho avuto la sensazione che non poteva finire così, che quel viaggio di circa due ore e mezza non mi sarebbe bastato. Dal centro della stanza dove si incrociano dei divanetti comodi solo per chi ha le gambe molto lunghe o molto corte, ho lanciato un’occhiata intorno e mi sono trovata circondata da manichini in costume e macroschermi che proiettavano sequenze di concerti. Mi sono seduta tutta storta, ho alzato il volume delle Sennheseir a disposizione dei visitatori e in un fulmine mi sono riconciliata coi divani, con la conclusione di quella mattinata, con il rodimento di non poter fare foto, con il gelo dell’aria condizionata sparata al massimo, con la vita intera fatta di spizzichi e bocconi ben oltre i limiti delle mura del museo. Di fronte a uno che ha regalato al mondo la sua visione speciale dagli occhi diversi.


Quando lui è più fico di te

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Tom Waits al Tropicana Motel – foto qui


Sul podio della mia lista dei desideri c’è la voce “vivere sei mesi in un albergo come una rockstar”. Penso a un posticino sul genere Chelsea Hotel – pace all’anima sua -, il leggendario, dove si sono ispirati, amati e drogati alcuni degli artisti e intellettuali che hanno fatto la storia del novecento. Ma ancora più del Chelsea, mi figuro avventrice della sua versione balneare: Il Tropicana Motel di Los Angeles sul Santa Monica Boulevard, “il Trop” per gli amici. Ora fa parte di una scialba catena senz’anima ma nei ruggenti anni sessanta e settanta di certo non ci andavi con la famiglia. Era dotato di un classico diner in stile americano, il Duke’s Coffee Shop, cugino esotico e se possibile più trucido del nostro Roxy Bar, amatissimo dai suoi clienti affezionati. Ma soprattutto disponeva del luogo dove vorremmo fare cose da vergognarsi anche solo a pensarle: la piscina con le mattonelle nere. Che di colori, in realtà, deve averne visti a nastro.


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Joan Jett al Tropicana Motel – foto qui


Io l’ho sempre immaginata così. Esterno notte 1977, rumore di qualche auto che passa lì davanti sul boulevard. Al centro, a farsi la nuotatina di mezzanotte nella piscina esistenzialista c’è Rickie Lee Jones. Pensate a un pezzo di bionda, sui 24, ugola d’oro a un passo dal successo stellare che da lì a un anno le avrebbe portato il suo primo singolo. In quel periodo faceva coppia fissa con tale Tom Waits. Gliel’aveva presentato il musicista Chuck E Weiss che lavorava come cameriere al Troubadour Club, da quelle parti, dove lei si esibiva. Quel primo fortunato singolo nasceva da questo strano triangolo: Chuck E’s in Love dice Tom a Rickie dopo una telefonata in cui Chuck gli racconta delle sue ultime prodezze amorose. Nel 1978 i due erano stati la meglio coppia del cucuzzaro. Nella copertina di Blue Valentine di Tom Waits, i due pomicioni sul cofano dell’auto sono loro, sullo sfondo Chuck a reggere il moccolo.



Rickie era una bomba. Basta vederla fulgida sull’album d’esordio che porta il suo nome, basco rosso di traverso (se non lo metto non mi riconoscono per strada, avrebbe detto) e il cigarillo come in una vecchia foto di suo padre, rivoluzionaria, femme fatale, bohémienne ribelle che da Chicago aveva già peregrinato per metà delle comunità hippy della California. Quella sera in piscina deve aver pensato qualcosa tipo: ammazza se mi ha detto bene. Lo racconta lei stessa in varie interviste. “Vivevamo dal lato ‘jazz’ della vita”. Improvvisazione e beata gioventù. Ma può succedere che sei nei 15 minuti di fama della tua vita e vai nel pallone perché non sai come gestire le cose. Poi, se conosci uno che pensi sia più fico di te son dolori. Ai tempi del loro incontro Tom era già al suo sesto disco, bello e dannato, una divinità agli occhi di Rickie. Ma lei le carte le aveva tutte. Rickie Lee Jones è un album notevole, registrato con dei fuoriclasse (Randy Newman, Jeff Porcaro), jazz qua, folk là e una vena ruffiana nel gusto retro. Invece è finita in caciara, troppi eccessi, troppe insicurezze.

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Rickie Lee Jones, foto qui

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Tom, Rickie e Chuck – foto qui


Il secondo album Pirates del 1981 è una ferita aperta dal passaggio del ciclone Tom. Quando la storia finisce lui è il Lucky Guy, quello che non si fa domande su cosa starà facendo lei, che non ha lo sguardo luccicante che ha lei quando parla di lui. She scares me to death, dichiarava Tom… L’atmosfera è straziante, il pianoforte, l’immagine di lui che ha già preso un’altra strada. Però Rickie è una che non molla, fatto il pianto si riparte. I’ll cry a while / But when I wake up / Tomorrow is a new day / I’m a lucky guy. Domani è un nuovo giorno.

 

Ti ho prestato l’ultimo di Erykah Badu

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Erykah Badu – foto qui

No Amy Winehouse, non si prestano i cd di Erykah Badu a un invertebrato che di buono ha solo la maglietta dei Beastie Boys (Beasties tee). Quante volte avrei voluto dirtelo ascoltando l’attacco di You sent me flying (Lent you Outsidaz and my new Badu…). Il problema era che lui si credeva rapper navigato mentre lei ascoltava il nu soul. Problema per lui ovviamente, perché le due cose non sono mica inconciliabili. Me lo immagino sotto flusso di coscienza biascicare che non potete più vedervi perché gliel’hanno detto i Public Enemy in sogno. Ma per fare un esempio con date alla mano, quando parlava di cd nuovi forse Amy si riferiva a Worldwide Underground (del 2003), che contiene un’Ode all’Hip Hop con tanto di video galvanizzante in cui Erykah ripercorre un po’ di tappe della storia del movimento. Stanotte glielo andasse a riferire il tipo ai Public Enemy. Se poi Amy intendesse riferirsi ad altri album non credo cambierebbe molto perché hip hop e neo soul – o nu soul, la stessa cosa – sono figli della stessa madre, diverse evoluzioni della “musica dell’anima”.



Proprio Erykah Badu ha consacrato il marchio nu soul debuttando nel 1997 con l’album Baduizm, miscuglio di R&B e soul che riproponeva tematiche classiche della musica afroamericana di sempre, cioè a grandissime linee, libertà, amore, fede. Il successivo Mama’s Gun avrebbe alzato ancora di più l’asticella, ampliando il raggio dei riferimenti tematici e musicali e raccontando storie di riscatto personale e sociale in chiave anche più jazz e funk che in precedenza. My dress ain’t cost nothin’ but seven dollars / But I made it fly, shit now I’ll tell you why / ‘Cause I’m cleva  (Cleva). Prego astenersi perditempo, qui si studia da regine.

A scrivere la storia del genere, prima di lei c’era stato solo l’apripista D’Angelo con l’album Brown Sugar, altro esordio da campioni. Poi una carriera in cui ha creato poche cose ma veramente buone, fino all’ultimo Black Messiah del 2014 che è piaciuto sia al pubblico sia alla critica. Personalmente però ho un debole per Vodooo, secondo dei suoi tre album. Primo, perché dentro c’è mezza discografia di Prince. Secondo, per un motivo strettamente musicologico: basta guardare il video di Untitled (How does it feel) per capirlo. “Una delle poche prove dell’esistenza di Dio” se proprio dobbiamo parlare di fede.



A completare una triade ideale del nu soul c’è la coreggente Lauryn Hill– anche se nei fatti di artisti se ne contano parecchi, e da ripescare con soddisfazioni, come la Alicia Keys di Songs in A Minor se volete concedervi qualche minuto di pelle d’oca. The Miseducation of Lauryn Hill, un titolo un programma. Un chiaro invito ad attivare testa e cuore in un processo di rieducazione personale e culturale solo apparentemente edulcorato. I wrote these words for everyone who struggles in their youth / Who won’t accept deception, instead of what is truth (Everything is Everything)Era il 1998 ed era un altro debutto eccellente, siamo ancora lì. In questo caso però si trattava di un esordio da solista perché Lauryn aveva già un passato artisticamente denso con i Fugees, in un percorso a fasi hip hop e soul invertito rispetto a quello di Erykah Badu. E guarda un po’ i fatti strani della vita, i Fugees hanno battezzato gli Outsidaz ospitandoli nel loro album The Score. Magari si saranno rincontrati tutti da Amy Winehouse, dove speriamo siano tornati i cd prestati a quello con la maglietta dei Beastie.